A Venezia una bambina scrive al futuro per non restare sola-tantan - Chainityai

A Venezia una bambina scrive al futuro per non restare sola-tantan

A Venezia, Elisa aveva otto anni e una paura che non sapeva spiegare bene a nessuno.

Per questo scriveva.

Ogni settimana prendeva un foglio, lo piegava con attenzione e lo indirizzava a una versione di sé stessa che ancora non esisteva davvero: Elisa diciottenne.

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Non era un gioco.

Era il suo modo di restare attaccata a qualcosa quando tutto intorno sembrava più grande di lei.

La casa sul canale aveva una bellezza che da fuori poteva perfino ingannare. Le finestre ordinate, il riflesso dell’acqua sul muro, il silenzio elegante dei pomeriggi veneziani.

Dentro, però, Elisa imparava presto a contare i rumori.

Il tintinnio delle chiavi.

Il colpo della porta che si chiudeva.

I passi di chi esce in fretta.

L’ascensore, quando c’era, che sembrava fermarsi sempre troppo tardi.

La bambina non aveva il lessico per nominare quello che viveva. Sapeva solo che certe sere diventavano lunghissime, e che il vuoto lasciato dalla madre quando andava a una festa o a una cena importante occupava ogni stanza più di qualunque mobile.

Così, invece di parlare, scriveva.

Nelle lettere non chiedeva cose grandi.

Non chiedeva giocattoli.

Non chiedeva promesse impossibili.

Chiedeva una sola cosa, sempre la stessa: «Quando sarò grande, avrò ancora paura del rumore delle chiavi?»

Quella frase tornava spesso, con piccole variazioni, come se Elisa cercasse con ostinazione il punto esatto in cui il timore smette di comandare la vita.

A volte aggiungeva dettagli più minuti. Diceva che la notte le pareva lunga come il corridoio. Diceva che il frigorifero faceva meno rumore quando la casa era davvero sola. Diceva che provava a dormire vestita, pronta a tutto, anche se non sapeva a cosa.

Era una forma di resistenza infantile, e insieme una richiesta disperata di essere vista.

Perché Elisa non riusciva a raccontarlo a nessun adulto.

Non alla vicina che le sorrideva sul pianerottolo.

Non a scuola, dove cercava di essere ordinata, composta, invisibile.

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Non a chiunque le dicesse che doveva essere forte, o brava, o paziente.

Aveva imparato una lezione crudele: in certe case, il dolore non viene detto. Si nasconde.

E se un bambino lo nomina, spesso teme di peggiorare tutto.

Per questo le lettere erano diventate il suo rifugio.

Elisa le scriveva come se stesse costruendo un ponte verso il futuro. Immaginava la donna che sarebbe diventata, capace di leggere ogni parola senza tremare. Immaginava una sé stessa più alta, più salda, capace di non abbassare la testa quando una porta si chiudeva troppo forte.

Nelle lettere le dava piccoli incarichi.

Le diceva di ricordarsi il colore dell’acqua al mattino.

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