Il Rider Tornò Con Le Pizze Calde E Gli Occhi Spenti-tantan - Chainityai

Il Rider Tornò Con Le Pizze Calde E Gli Occhi Spenti-tantan

Quando il ragazzo tornò con le pizze ancora calde, capii che qualcuno gli aveva spento qualcosa dentro.

Non fu il modo in cui aprì la porta della pizzeria, anche se la spinse piano, quasi chiedendo permesso a una stanza che conosceva già.

Non fu nemmeno la pioggia sulla giacca, né i capelli schiacciati sulla fronte, né le scarpe che lasciavano impronte scure sul pavimento appena passato.

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Fu la borsa termica stretta al petto.

La teneva come si tiene una cosa fragile, o una cosa sporca, o una colpa che non si sa dove appoggiare.

Io ero dietro al banco, con le mani ancora infarinate fino ai polsi.

Il forno andava forte, il telefono squillava, una coppia aspettava vicino alla vetrina e sul ripiano c’erano scontrini, monetine, un panno umido e un bicchierino di espresso dimenticato accanto alla cassa.

Un sabato sera normale.

La strada fuori brillava di pioggia, i motorini passavano a strappi e dentro si sentiva quell’odore di pomodoro caldo, mozzarella, legna e fatica che in una pizzeria piccola diventa quasi casa.

Poi guardai Enea in faccia.

E il sabato sera smise di essere normale.

Enea aveva ventun anni.

Studiava durante la settimana e veniva da me il venerdì e il sabato sera.

Non era uno di quei ragazzi che riempiono la stanza con la voce.

Entrava, salutava, controllava il foglio delle consegne, prendeva la borsa e partiva.

Se sbagliavi tu a dargli un indirizzo incompleto, era lui a dire scusa.

Se gli chiedevi di restare dieci minuti in più, annuiva prima ancora di sapere per cosa.

Sapevo che viveva in una stanza piccola in affitto, non lontano dalla stazione.

Sapevo che faceva attenzione a tutto, al panino, all’abbonamento, ai libri, alle monete che teneva piegate dentro un vecchio portafoglio.

Sapevo anche che non si lamentava mai.

Certe persone ti raccontano la loro vita con lunghi discorsi.

Altre te la fanno capire da come si fermano davanti alla cassa prima di comprare una bibita.

Quella sera Enea posò la borsa sul tavolo d’acciaio.

“Capo…” disse.

La voce gli uscì bassa.

“Mi dispiace.”

Io mi asciugai le mani sul grembiule.

“Per cosa?”

Lui non rispose subito.

Guardava il tavolo, non me.

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