Il Ragazzo Con 17 Centesimi Tornò Dopo Cinque Anni-tantan - Chainityai

Il Ragazzo Con 17 Centesimi Tornò Dopo Cinque Anni-tantan

Mise 17 centesimi sul bancone. Cinque anni dopo, riconobbi le sue mani prima del suo viso.

Lavoravo in un piccolo bar tavola calda lungo una statale, uno di quei posti che nessuno fotografa ma che tutti, prima o poi, cercano quando hanno fame, fretta o bisogno di sentirsi ancora persone.

Non era elegante.

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Avevamo il bancone segnato dai gomiti, le tazzine impilate dietro la macchina del caffè, il profumo dell’espresso che si attaccava ai vestiti e quello della pasta al forno che usciva dalla cucina poco prima di mezzogiorno.

La mattina entravano uomini con gli occhi ancora gonfi di sonno, chiedevano un caffè al banco e magari un cornetto piccolo, poi uscivano senza sedersi, con la giacca già addosso e la giornata ancora tutta da affrontare.

A pranzo arrivavano operai con le mani nere di polvere, camionisti di passaggio, pensionati che ordinavano sempre lo stesso amaro anche quando dicevano di voler cambiare.

Io li conoscevo quasi tutti senza sapere davvero le loro vite.

Sapevo chi voleva il caffè lungo, chi lasciava il pane intero sul piatto, chi fingeva di non avere fretta ma guardava l’orologio ogni due minuti.

Quel bar non prometteva La Dolce Vita.

Prometteva una sedia, un piatto caldo, una voce che ti diceva «arrivo» anche quando non c’era tempo.

Io facevo il turno lungo.

Quella sera avevo i piedi gonfi, la schiena dura e il grembiule che sapeva di cucina, fritto leggero e detersivo economico.

La giornata era stata pesante.

Avevo contato resti, lavato tazze, risposto con gentilezza anche a chi gentile non era stato.

Stavo già pensando alla chiusura.

La cassa da sistemare.

Le sedie da mettere a posto.

Il pavimento da passare.

La porta da chiudere con quel gesto secco che, certe sere, sembra una benedizione.

Pensavo anche alla mia macchina vecchia, alla spia che ogni tanto si accendeva e alla benzina da mettere il giorno dopo.

Erano pensieri piccoli, ma i pensieri piccoli diventano pesanti quando tornano ogni mese, sempre uguali.

Poi entrò quel ragazzo.

All’inizio non attirò l’attenzione di nessuno.

Il locale stava svuotandosi e gli ultimi clienti parlavano tra loro, uno con il bicchiere in mano, un altro davanti a un piatto finito da troppo tempo.

Lui restò un momento vicino alla porta, come se dovesse chiedere permesso persino all’aria.

Avrà avuto diciotto anni.

Era magro, pallido, con una giacca troppo larga sulle spalle e le scarpe consumate, ma non sporche.

Quella cosa mi colpì.

Erano scarpe rovinate, sì, però si vedeva che aveva provato a tenerle in ordine.

C’è una dignità che resiste anche quando tutto il resto cede.

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