Il Pane Nascosto Di Enzo Fece Tacere Tutto Il Cantiere-tantan - Chainityai

Il Pane Nascosto Di Enzo Fece Tacere Tutto Il Cantiere-tantan

Mi accorsi che Enzo aveva fame non perché chiedeva, ma perché a pranzo trovava sempre una scusa per sparire.

Questa è una di quelle cose che capisci tardi, e quando la capisci ti vergogni di non averla vista prima.

Mi chiamo Stefano, ho 53 anni e lavoro nei cantieri da quando ero poco più che ragazzo.

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Ho tirato su muri, demolito bagni, rifatto pavimenti, caricato sacchi di cemento, portato secchi su per scale strette e senza ascensore.

Ho visto uomini duri piangere in silenzio per una bolletta arrivata male.

Ho visto ragazzi pieni di parole mollare dopo tre giorni.

Ho visto padri venire al lavoro con la febbre perché a casa c’era qualcuno che aspettava la spesa.

A una certa età ti convinci di aver visto tutto.

Poi arriva un ragazzo di 18 anni e ti rimette davanti una verità semplice: la fame non fa sempre rumore.

A volte si nasconde.

A volte chiede permesso.

A volte si siede su un gradino dietro un palazzo e spezza un pezzo di pane in due, come se anche quello fosse troppo.

Enzo era arrivato in cantiere a inizio stagione, primo anno da apprendista muratore.

Magro, educato, con gli occhi bassi e le mani già rovinate dalla calce.

Non aveva l’aria di chi vuole farsi notare.

Non cercava battute, non faceva il furbo, non guardava il telefono ogni cinque minuti.

Dicevi una cosa, lui la faceva.

Senza sbuffare.

Senza quella faccia da vittima che a volte vedi in chi pensa che il lavoro sia sempre colpa di qualcun altro.

Lavoravamo in un vecchio palazzo alla periferia di Bologna.

Non era un cantiere speciale.

Polvere dappertutto, secchi da spostare, piastrelle da togliere, sacchi ammassati in un angolo, scale strette, vicini che ogni tanto venivano a lamentarsi per il rumore.

La mattina arrivavamo presto, spesso con l’espresso del bar ancora in gola e le scarpe già sporche prima ancora di cominciare.

C’era il prefabbricato dove tenevamo i caschi, i guanti, qualche attrezzo, le vaschette del pranzo e il foglio presenze appeso vicino alla porta.

Niente di elegante.

Solo quel tipo di disordine che, dopo anni, diventa quasi casa.

Con me c’era Gino.

Cinquantotto anni, muratore vecchia scuola.

Voce grossa, mani larghe, schiena piena di storie e il vizio di brontolare su tutto.

Brontolava se il cemento era troppo asciutto.

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