Il Bidone Mancante Che Fece Scoprire Il Segreto Di Teresa-tantan - Chainityai

Il Bidone Mancante Che Fece Scoprire Il Segreto Di Teresa-tantan

Quella mattina ho capito che la signora Teresa era nei guai solo perché mancava il suo bidone.

Faccio l’operatore ecologico da tredici anni, e in tredici anni ho imparato che una strada parla anche quando sembra vuota.

C’è chi pensa che il nostro lavoro sia solo caricare sacchi, svuotare contenitori, sopportare odori e lamentele.

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C’è chi ci chiama spazzini con una smorfia, chi ci saluta appena, chi si arrabbia se il camion resta fermo mezzo minuto davanti al portone proprio mentre deve uscire con la macchina.

Io non mi offendo più.

A una certa età impari a distinguere il disprezzo dalla fretta, e la fretta dalla semplice abitudine di non guardare chi lavora per strada.

Però questo mestiere, se lo fai abbastanza a lungo, ti insegna una cosa che pochi immaginano.

Ti insegna a vedere.

Vedi chi mette fuori il bidone la sera prima, sempre nello stesso punto, come se fosse un piccolo rito domestico.

Vedi chi lo trascina all’ultimo momento, ancora in pantofole, con il cappotto buttato sulle spalle.

Vedi chi lo lascia storto in mezzo al marciapiede, senza pensare a chi deve passare con il passeggino o con il bastone.

Vedi chi scende al bar per un espresso mentre noi siamo già al terzo giro della mattina.

Vedi le tapparelle, le luci, i balconi, le tende, i gerani, le mani che salutano e quelle che spariscono.

Soprattutto, vedi le abitudini.

E quando un’abitudine manca, la senti nello stomaco prima ancora di capirla con la testa.

La signora Teresa Bellini abitava in una stradina chiusa nella periferia di Bologna.

Non era una casa grande, né una casa ricca.

Era una casetta bassa, ordinata, con il cancelletto verde, due vasi di gerani accanto all’ingresso e una finestra di cucina affacciata sul vialetto.

Dietro quella finestra c’era quasi sempre una tendina bianca, tirata a metà.

Aveva ottantatré anni.

Viveva sola.

Una volta, mentre io rimettevo a posto un contenitore finito di traverso, mi aveva detto che suo figlio viveva a Padova.

“Mi chiama spesso,” aveva aggiunto subito, come se volesse difenderlo prima ancora che qualcuno lo giudicasse.

Io avevo annuito.

Non conoscevo quel figlio, e non avevo nessun diritto di pensare male di lui.

Ma so una cosa.

Una telefonata può tenere compagnia, ma non vede se la mano trema più del solito.

Una voce al telefono può chiedere “come stai?”, ma non sente l’odore della moka rimasta fredda in cucina, non nota una sedia spostata, non vede una donna che sorride troppo in fretta per non far preoccupare nessuno.

La signora Teresa era fatta così.

Educata.

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