A Torino La Suocera Fu Costretta A Scusarsi Con L’Aspirapolvere-tantan - Chainityai

A Torino La Suocera Fu Costretta A Scusarsi Con L’Aspirapolvere-tantan

A Torino, in una casa dove la mattina cominciava ancora con il borbottio della moka e non con una notifica sul telefono, Nonna Valeria aveva conservato una piccola idea di ordine.

Non era un ordine rigido, né elegante, né fatto per impressionare qualcuno.

Era l’ordine di una donna di 71 anni che sapeva dove mettere le chiavi, come piegare uno strofinaccio, quando abbassare il fuoco sotto il caffè e in quale cassetto tenere il foglio della terapia.

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Su quel foglio, scritto con una grafia un po’ grande per non sbagliare, c’erano gli orari delle medicine, i nomi generici delle compresse, le quantità segnate con una linea sotto.

Accanto, in una busta trasparente, teneva la ricevuta della farmacia, non per sfiducia, ma perché Valeria era cresciuta con l’abitudine di conservare tutto ciò che poteva servire.

La carta, diceva sempre, non arrossisce mai.

Quella mattina aveva indossato una sciarpa leggera, anche se in casa non faceva freddo.

Le piaceva sentirsi composta, persino per passare l’aspirapolvere.

C’erano le fotografie sul mobile, le cornici pulite con attenzione, una vecchia immagine di suo figlio da bambino e una tazzina sbeccata sul tavolo, la stessa che nessuno usava più tranne lei.

La nuora diceva che bisognava buttare via le cose vecchie.

Valeria rispondeva di sì, con il capo appena inclinato, ma poi lasciava tutto al suo posto.

Non per disobbedienza.

Per memoria.

La casa non era più davvero sua, o almeno così le veniva fatto capire da tempo.

Il figlio viveva lì con sua moglie, e Valeria era rimasta in quelle stanze come rimangono certe madri italiane quando il corpo comincia a rallentare e il cuore non sa dove andare.

Non chiedeva molto.

Un posto a tavola, una parola senza fastidio, il permesso di sentirsi ancora utile.

Quella mattina aveva deciso di pulire il soggiorno prima che la nuora uscisse dalla camera.

Aveva collegato l’aspirapolvere, passato piano vicino al divano, poi aveva cercato di spostarlo accanto al mobile delle fotografie.

Il tubo si era incastrato sotto la gamba della sedia.

Valeria tirò appena, non con forza, ma il corpo dell’apparecchio scivolò e cadde di lato con un colpo secco.

Il rumore riempì la cucina e il soggiorno come se fosse caduto qualcosa di vivo.

Lei si immobilizzò.

In quella casa, da qualche mese, ogni rumore sembrava una colpa.

La nuora arrivò quasi subito.

Aveva i capelli ordinati, le scarpe lucide, una camicia senza una piega e quel volto fermo di chi non ha bisogno di gridare perché gli altri hanno già imparato ad abbassare gli occhi.

Guardò l’aspirapolvere, poi guardò Valeria.

«Guarda cosa hai fatto.»

Non disse sei caduta, ti sei fatta male, vuoi una mano.

Disse cosa hai fatto.

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