Il Bidello Che Salvò Un Ragazzo Con Un Banco Rovinato-tantan - Chainityai

Il Bidello Che Salvò Un Ragazzo Con Un Banco Rovinato-tantan

Quando quel ragazzino mi chiamò vecchio bidello inutile, capii che non era il banco ad avere più bisogno d’aiuto.

Mi chiamo Silvano.

Per trentadue anni ho lavorato come collaboratore scolastico in una scuola media pubblica in provincia di Modena.

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Non ero uno di quelli che entrano in classe e restano nella memoria per una frase scritta alla lavagna.

Io arrivavo prima degli altri.

Aprivo i cancelli quando il cortile era ancora freddo, tiravo su le tapparelle, controllavo che nei bagni ci fosse carta, cambiavo lampadine, asciugavo corridoi, rimettevo in piedi sedie che i ragazzi trattavano come se fossero fatte di niente.

Avevo un mazzo di chiavi alla cintura che faceva rumore a ogni passo.

Alcuni ragazzi mi riconoscevano da quel suono prima ancora di vedermi.

Per loro ero “il bidello”.

Quello col grembiule blu.

Quello con le mani rovinate.

Quello che passava quando qualcosa si rompeva e spariva appena tutto tornava in ordine.

Mi andava bene così.

Non tutti i lavori hanno bisogno di applausi.

Ci sono lavori che devono solo lasciare un posto un po’ più sicuro di come l’hanno trovato.

Quel pomeriggio era uno di quelli in cui la scuola sembrava trattenere il fiato dopo l’uscita degli studenti.

Nei corridoi restavano il rumore lontano di una porta, l’odore di detergente, un quaderno dimenticato su un banco e qualche giacca appesa male.

Nel mio piccolo laboratorio vicino al deposito avevo messo da parte tre sedie da sistemare e un vecchio banco con un angolo sollevato.

Sullo scaffale c’era una moka ormai fredda, una tazzina vuota e un panno piegato con quella cura che viene a chi ha passato la vita a rimettere ordine.

Stavo controllando una vite quando la vicepreside bussò alla porta.

Non entrò subito.

Fece solo quel mezzo sospiro che negli anni avevo imparato a riconoscere.

Era il sospiro di chi porta con sé un problema e spera che qualcun altro riesca almeno a tenerlo fermo per un’ora.

Dietro di lei c’era Tobia.

Dodici anni.

Felpa col cappuccio.

Telefono stretto in mano.

Mascella chiusa.

Sguardo duro, quasi adulto, e proprio per questo più triste.

La vicepreside mi spiegò che aveva risposto male a una professoressa, buttato il quaderno per terra e rifiutato di chiedere scusa.

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