La Stanza Di Sua Madre Affittata Mentre Lei Era Ancora In Ospedale-tantan - Chainityai

La Stanza Di Sua Madre Affittata Mentre Lei Era Ancora In Ospedale-tantan

La stanza di Ines non aveva mai avuto bisogno di essere difesa, perché per tutta la vita era stata il punto più sicuro della casa.

C’era il letto con la coperta piegata sempre nello stesso modo, la sedia vicino all’armadio, il comodino con le medicine ordinate e il cassetto basso dove teneva le cose che non voleva perdere.

Quando rientrò nell’appartamento di Bologna dopo l’intervento, Ines pensava solo a sedersi un momento, togliere le scarpe, bere un sorso d’acqua e rivedere la sua camera.

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Aveva ancora il braccialetto dell’ospedale al polso.

La mano destra stringeva la sciarpa che aveva voluto indossare per tornare a casa, non perché facesse davvero freddo, ma perché le dava l’impressione di essere ancora presentabile.

Anche dopo giorni di corsia, luci bianche e pasti lasciati a metà, Ines aveva chiesto di pettinarsi prima di uscire.

Non per vanità.

Per dignità.

Michele, suo figlio, l’aveva accompagnata fin sopra il pianerottolo con una fretta che lei aveva scambiato per stanchezza.

Nel taxi aveva parlato poco.

Ogni tanto controllava il telefono, rispondeva a messaggi brevi, faceva scorrere lo schermo con il pollice e diceva solo: “Sì, sì, arriviamo.”

Ines non aveva chiesto a chi scrivesse.

Da madre, aveva imparato a non chiedere troppe cose quando un figlio già rispondeva con il viso chiuso.

Nell’ingresso della casa c’era odore di moka spenta e aria rimasta ferma.

La luce del pomeriggio cadeva sul mobile con le fotografie, quelle cornici che Ines spolverava anche quando le mani cominciavano a tremarle.

In una foto, Michele era bambino, con un grembiule troppo grande e il sorriso senza un dente davanti.

In un’altra, suo marito teneva una mano sulla spalla di lei, come se la casa intera potesse stare dentro quel gesto.

Ines appoggiò la borsa sulla sedia dell’ingresso.

“Vado in camera,” disse.

Michele fece un movimento impercettibile, come se volesse fermarla e poi avesse deciso di non farlo.

“Prima siediti,” mormorò.

“Mi siedo sul letto,” rispose lei.

Fece tre passi lenti verso il corridoio.

Le ginocchia le tiravano, la ferita le ricordava ogni movimento e il fiato le usciva corto, ma la porta della sua stanza era lì, a pochi metri, e quella distanza le sembrava già una promessa.

Poi vide le valigie.

Due valigie scure, appoggiate accanto alla porta, nuove, piene, estranee.

Ines si fermò.

La maniglia della sua camera era socchiusa.

Da dentro arrivò il rumore di un cassetto che si chiudeva.

Non era il rumore di casa.

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