A Verona, La Scatola Di Bottoni Di Giulia Aprì Un Segreto Di Famiglia-tantan - Chainityai

A Verona, La Scatola Di Bottoni Di Giulia Aprì Un Segreto Di Famiglia-tantan

A Verona, Giulia aveva sette anni e custodiva una scatola di latta che un tempo doveva aver contenuto caramelle.

La scatola aveva il coperchio graffiato, un bordo leggermente piegato e quel profumo debole di zucchero vecchio che rimane anche quando dentro non c’è più niente di dolce.

Ma Giulia non ci teneva caramelle.

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Ci teneva bottoni.

Li teneva sotto il letto, dietro una scarpa piccola con la punta lucidata e accanto a una sciarpa azzurra che sua madre aveva lasciato piegata su una sedia prima di sparire.

Ogni mattina la casa provava a sembrare normale.

La moka veniva rimessa al suo posto, le tazze piccole asciugate e allineate, le foto di famiglia raddrizzate sul mobile di legno, la tovaglia scossa fuori dalla finestra come se bastasse togliere le briciole per togliere anche il dolore.

Gli adulti parlavano piano quando qualcuno passava sul pianerottolo.

Sorridere fuori, tacere dentro.

Quella era la regola non detta.

Giulia l’aveva imparata molto prima di imparare a scrivere bene le doppie.

A scuola, invece, le cose avevano un ordine più gentile.

C’erano l’intervallo, le matite colorate, i quaderni con i margini rossi, le merende avvolte nella carta, i bambini che raccontavano del cornetto mangiato al bar con il nonno o della passeggiata fatta la domenica.

Giulia ascoltava spesso senza intervenire.

Non perché non avesse storie da raccontare, ma perché le sue storie sembravano sempre sbagliate nel momento in cui provava a dirle.

Un giorno, durante l’intervallo, la maestra la trovò ancora seduta al banco.

Gli altri bambini si erano alzati, qualcuno rideva vicino alla finestra, qualcuno cercava la merenda nello zaino.

Giulia invece aveva aperto la sua scatola di latta e stava contando i bottoni.

Non li contava come si contano le figurine o le biglie.

Li contava come si contano i giorni di una malattia.

La maestra si avvicinò senza fare rumore.

Vide bottoni bianchi, bottoni neri, bottoni color crema, un piccolo bottone di madreperla e due con il filo ancora attaccato.

Alcuni erano lisci.

Altri avevano un bordo scheggiato.

Uno portava ancora una traccia scura nel foro, come se fosse stato strappato con fretta.

“Giulia,” disse la maestra, “perché porti a scuola tutti questi bottoni?”

La bambina chiuse una mano sopra la scatola, non per nasconderla davvero, ma per proteggere qualcosa che nessuno le aveva mai chiesto di proteggere.

Poi guardò la porta dell’aula.

Guardò la finestra.

Guardò l’orologio.

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