Voleva Vendere La Casa Della Madre Per Due Gatti, Poi Arrivò Il Fascicolo-tantan - Chainityai

Voleva Vendere La Casa Della Madre Per Due Gatti, Poi Arrivò Il Fascicolo-tantan

A Firenze, la casa della signora Nora non era grande, ma aveva il peso delle cose rimaste al loro posto per anni.

La moka stava sempre sul fornello più piccolo.

Le chiavi di famiglia pendevano vicino all’ingresso, consumate dall’uso e dalla memoria.

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Sul mobile del soggiorno c’era una fotografia del marito, lucidata con la stessa cura con cui Nora passava un panno sui bordi del tavolo prima di ogni pranzo.

Dopo la sua morte, quella casa era diventata più silenziosa.

Non un silenzio elegante, non quello che si immagina quando si parla di riposo.

Era un silenzio che entrava nelle stanze prima di lei, che si sedeva sulla sedia vuota, che restava nei corridoi la sera quando le persiane erano già chiuse.

Nora aveva settant’anni e viveva con due gatti.

Per qualcuno era una frase semplice.

Per lei era una forma minima di salvezza.

I gatti la svegliavano al mattino, le ricordavano di riempire le ciotole, la costringevano a uscire per comprare il necessario, le facevano compagnia quando il rumore della televisione non bastava più a far sembrare viva la casa.

Lei non li trattava come un lusso.

Li trattava come presenza.

Sua figlia, invece, li vedeva come un problema.

All’inizio lo diceva con frasi piccole, infilate tra una visita e l’altra.

«Mamma, ci sono peli dappertutto.»

«Questa casa non sembra più quella di una volta.»

«Alla tua età dovresti pensare a vivere in modo più ordinato.»

Nora ascoltava, abbassava gli occhi e poi cambiava discorso.

Non voleva discutere.

Aveva già perso abbastanza.

La figlia arrivava sempre curata, con le scarpe pulite e il cappotto ben sistemato sulle spalle, come se anche una visita alla madre dovesse rispettare una certa immagine.

Guardava il soggiorno, le ciotole, il tiragraffi vicino alla finestra, il divano dove uno dei gatti dormiva nel pomeriggio.

Poi sospirava.

Quel sospiro era peggio di un rimprovero.

Era il modo in cui faceva sentire Nora piccola, inadeguata, quasi colpevole di abitare ancora nella propria casa.

La tensione esplose durante un pranzo.

Non era un giorno speciale.

C’era una tovaglia chiara, una bottiglia d’acqua sul tavolo, il profumo del sugo ancora nell’aria e due tazzine di espresso lasciate vicino al lavello.

Nora aveva preparato tutto con attenzione, come faceva sempre quando sua figlia veniva a trovarla.

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