Dietro La Carta Da Parati C’era L’Ultima Promessa Di Sua Madre-tantan - Chainityai

Dietro La Carta Da Parati C’era L’Ultima Promessa Di Sua Madre-tantan

La stanza azzurra era rimasta chiusa per tre giorni dopo il funerale, non perché qualcuno lo avesse deciso, ma perché nessuno aveva avuto il coraggio di aprirla davvero.

La porta restava socchiusa, abbastanza per lasciar passare una lama di luce sul corridoio, abbastanza per far arrivare fuori l’odore leggero di talco, carta e legno vecchio.

Elisa passava davanti senza entrare.

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Aveva dieci anni, ma da quando sua madre era morta sembrava camminare con l’attenzione di una persona molto più grande, come se ogni passo potesse rompere qualcosa che già era rotto.

La casa di Genova non era grande, però aveva quella profondità delle case vissute: un corridoio stretto, una cucina dove la moka sembrava sempre pronta, un tavolo con un angolo leggermente scheggiato, fotografie incastrate tra il vetro di una credenza e i bicchieri buoni.

La madre di Elisa aveva lasciato tracce ovunque, e proprio per questo nessuno riusciva a spostare niente.

C’era una sciarpa appesa dietro una sedia.

C’erano due tazze sullo scolapiatti, una grande e una piccola.

C’erano le chiavi di casa in una ciotola vicino all’ingresso, con un portachiavi consumato che Elisa toccava ogni volta che passava, perché il metallo freddo le dava l’idea che qualcosa fosse ancora al suo posto.

La stanza azzurra era diversa.

Lì non c’erano solo oggetti.

Lì c’era l’infanzia di Elisa ancora intatta, come se la morte si fosse fermata sulla soglia per un attimo di vergogna.

Il letto aveva la coperta tirata su a metà.

Sulla mensola c’era un cavallino di plastica con una zampa incollata male, aggiustata dalla madre una sera di pioggia.

Sul comodino restava un quaderno con la copertina piegata, pieno di compiti, disegni e piccoli cuori rossi fatti dalla mamma vicino alle parole più belle.

Quando Elisa trovò il coraggio di rientrare, lo fece in silenzio.

Sedette sul letto e appoggiò la mano sul cuscino.

Non pianse subito.

I bambini a volte non piangono quando tutti si aspettano che lo facciano, perché il dolore è troppo grande per trovare la porta giusta.

Poi sentì in cucina il gorgoglio della moka che qualcuno aveva messo sul fuoco e per un secondo, per un solo secondo, pensò che fosse tornata lei.

Allora il pianto uscì.

Non gridato.

Non teatrale.

Un pianto piccolo, trattenuto, come quelli che fanno tremare le spalle e basta.

La zia arrivò una settimana dopo.

Disse che era necessario.

Disse che la situazione andava organizzata.

Disse che una casa non poteva restare sospesa tra fotografie, polvere e ricordi, perché le cose di valore vanno gestite, catalogate, protette.

La parola che usava più spesso era “patrimonio”.

Elisa non sapeva bene che sapore avesse quella parola, ma non le piaceva il modo in cui riempiva la bocca della zia.

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