Il Bambino Che Trasformò Le Bucce D’Arancia In Una Fuga-tantan - Chainityai

Il Bambino Che Trasformò Le Bucce D’Arancia In Una Fuga-tantan

Il bambino che usò bucce d’arancia per segnare la via di fuga in Sicilia non aveva mai pensato di essere coraggioso.

A sette anni, Nino pensava solo che il mondo fuori facesse un rumore bellissimo.

Lo ascoltava da dietro la porta, da dietro la finestra, da dietro tutto quello che gli era stato messo davanti.

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La mattina cominciava sempre nello stesso modo.

Sua madre si alzava prima della luce piena, riempiva la moka, accendeva il fornello e restava qualche secondo a guardare il caffè salire, come se anche quel piccolo gorgoglio potesse darle forza.

Nino la seguiva con gli occhi dal tavolo della cucina.

Non parlavano molto, perché in quella casa le parole sembravano avere pareti sottili.

Lei gli metteva davanti una fetta di pane, a volte un’arancia, a volte solo un bacio veloce sulla fronte.

Poi si sistemava il foulard, prendeva la borsa e controllava le chiavi con un gesto nervoso.

“Fai il bravo, amore mio,” gli diceva.

Nino annuiva sempre.

Non perché fosse d’accordo.

Perché sapeva che sua madre aveva bisogno di vederlo annuire prima di uscire.

Il patrigno restava spesso appoggiato allo stipite della porta.

Aveva scarpe lucide anche in casa, camicie ordinate, capelli pettinati con una cura che sembrava fatta più per i vicini che per se stesso.

Quando la madre era ancora presente, lui usava una voce morbida.

“Non preoccuparti,” diceva. “Ci penso io al bambino.”

La madre sorrideva appena, ma era un sorriso stanco, pieno di debiti invisibili.

Nino aveva imparato presto che gli adulti non dipendono solo dall’amore.

A volte dipendono da una casa.

Da una spesa pagata.

Da una bolletta che non possono coprire da soli.

Da qualcuno che ripete abbastanza spesso “senza di me non ce la fate” finché la frase non diventa una serratura.

Appena la madre usciva, la casa cambiava temperatura.

Il patrigno aspettava il rumore dei passi sulle scale.

Poi prendeva la chiave.

La infilava nella serratura.

Girava una volta.

Poi una seconda.

Quel secondo giro era per Nino.

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