A Venezia, Emma Finse Paura Del Gatto Per Smascherare La Zia-tantan - Chainityai

A Venezia, Emma Finse Paura Del Gatto Per Smascherare La Zia-tantan

A Venezia, Emma aveva imparato a gridare prima ancora di capire quanto potesse servire il silenzio.

Aveva sette anni, due trecce spesso disfatte alla fine della giornata e un modo di guardare le persone che faceva abbassare gli occhi agli adulti quando mentivano.

La casa di sua zia era stretta e lunga, con finestre che lasciavano entrare una luce pallida e il riflesso dell’acqua sui muri.

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Al mattino, la moka cominciava a borbottare prima che qualcuno parlasse.

La zia metteva due tazzine sul tavolo, anche quando Emma beveva solo latte, e si muoveva nella cucina come una donna che voleva sembrare sempre pronta a ricevere ospiti.

Scarpe pulite vicino alla porta.

Sciarpa piegata sulla sedia.

Capelli ordinati.

Sorriso sottile.

Tutto al suo posto, almeno davanti agli altri.

Emma invece era l’unica cosa che, secondo sua zia, non stava mai al posto giusto.

“Non toccare quello.”

“Non fare quella faccia.”

“Non guardarmi così.”

“Non chiedere di tuo padre ogni mattina.”

La bambina aveva smesso di contare le frasi che cominciavano con un divieto.

Le conservava da qualche parte dentro, come sassolini nelle tasche.

Il gatto nero della zia si chiamava semplicemente il gatto, perché la zia diceva che dare troppa confidenza agli animali era una sciocchezza da persone sole.

Lui però non sembrava sentirsi offeso.

Camminava per casa come se conoscesse ogni segreto prima degli esseri umani.

Saltava sui davanzali, spariva nei corridoi, compariva dietro le porte socchiuse e fissava Emma con occhi fermi, quasi pazienti.

La prima volta che le passò vicino, Emma urlò davvero.

Non era abituata a quel movimento improvviso, a quella macchia scura che le tagliava la strada mentre cercava il suo quaderno.

La zia accorse dalla cucina con il cucchiaino ancora in mano.

Quando capì che non era successo niente, non la consolò.

Rise.

Non forte.

Peggio.

Rise piano, come se Emma fosse una macchia da nascondere sulla tovaglia buona.

“Yếu đuối giống hệt mẹ mày,” aveva detto una volta in vietnamita, ripetendo la frase che sapeva ferirla anche se la casa ormai parlava italiano attorno a loro.

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