Il Bambino Di Trieste Che Seguì I Francobolli Fino Alla Verità-tantan - Chainityai

Il Bambino Di Trieste Che Seguì I Francobolli Fino Alla Verità-tantan

A nove anni, Filippo aveva imparato che in una casa elegante si poteva mentire senza alzare la voce.

Bastava sorridere al momento giusto.

Bastava raddrizzare una tovaglia, lucidare le scarpe prima di uscire, dire buongiorno ai vicini con la faccia composta e poi chiudere la porta su tutto quello che non doveva essere visto.

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Sua madre era bravissima in questo.

Al mattino preparava la moka come se fosse un rito, controllava che la cucina fosse in ordine, che le tazzine fossero al loro posto, che la sciarpa appoggiata alla sedia non sembrasse buttata lì per caso.

Poi guardava Filippo.

“Camicia dentro i pantaloni,” gli diceva spesso.

Oppure: “Non trascinare i piedi.”

Oppure: “Le persone notano tutto.”

Filippo non sapeva ancora dare un nome a quel mondo fatto di dettagli, sguardi, mezze frasi e silenzi.

Sapeva solo che sua madre teneva molto all’apparenza.

Teneva molto al modo in cui lui salutava gli adulti.

Teneva molto al fatto che, davanti agli altri, nessuno potesse dire che quella non era una famiglia perfetta.

Anche se Filippo sentiva ogni giorno che qualcosa, dentro quella perfezione, non respirava bene.

Il marito nuovo di sua madre abitava quella casa come se l’avesse comprata anche nei ricordi.

Non era cattivo nel modo rumoroso che un bambino avrebbe potuto raccontare facilmente a una maestra.

Non rompeva oggetti.

Non gridava quasi mai.

Non aveva bisogno di farlo.

Entrava in cucina, appoggiava le chiavi sul mobile, guardava Filippo e il bambino capiva subito se doveva parlare o tacere.

Era un uomo ricco, ordinato, sempre vestito con cura.

Aveva scarpe lucide, polsi fermi, una voce bassa che sembrava non chiedere mai il permesso.

Quando diceva “questa casa ti dà tutto”, Filippo sentiva che la frase non era un regalo.

Era un debito.

Il padre vero, invece, era diventato un buco nella parete.

C’era, ma nessuno doveva guardarlo.

Filippo ricordava poco di lui.

Un profumo di lana bagnata in un giorno di pioggia.

Una mano grande che gli sistemava il cappello.

Una risata più calda di quella degli uomini che parlavano solo per farsi obbedire.

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