Il Padre Costretto A Firmare Al Funerale Dell’Amico-tantan - Chainityai

Il Padre Costretto A Firmare Al Funerale Dell’Amico-tantan

Il signor Alberto arrivò alla casa funeraria con la sciarpa scura piegata bene sul collo e le scarpe lucidate come se quel piccolo gesto potesse ancora difendere la sua dignità.

Aveva 81 anni, le mani sottili, il passo misurato e una stanchezza che negli ultimi mesi sembrava essersi seduta sulle sue spalle senza più andarsene.

Quella mattina la moka era rimasta fredda sul fornello.

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L’aveva preparata per abitudine, aveva riempito il filtro, avvitato la caffettiera, acceso la fiamma, poi si era dimenticato di bere.

Non era un giorno da caffè.

Era il giorno in cui avrebbe salutato l’unico uomo che, per quasi tutta la vita adulta, gli aveva detto la verità anche quando faceva male.

Il suo migliore amico giaceva nella bara al centro della sala, composto, silenzioso, circondato da fiori chiari e parenti che si muovevano piano.

Per Alberto, non era soltanto un morto da piangere.

Era il vecchio notaio che aveva ascoltato le sue paure, custodito le sue carte, visto crescere suo figlio e capito prima di tutti che in quella famiglia qualcosa si stava incrinando.

La sala aveva un odore misto di legno lucido, fiori recisi e caffè servito in bicchierini piccoli.

Le persone parlavano a mezza voce, facendo attenzione a non sembrare invadenti.

Qualcuno si stringeva le mani.

Qualcuno fissava il pavimento.

Qualcuno guardava Alberto con quella compassione educata che si riserva agli anziani rimasti troppo soli.

Lui non cercò sedie.

Si mise davanti alla bara e rimase in piedi.

Aveva portato una mano al cappello, poi l’aveva abbassata subito, come se non sapesse più dove sistemare il dolore.

Per qualche minuto osservò il volto del suo amico senza dire nulla.

Gli sembrò di rivederlo seduto al tavolo della vecchia casa, davanti alle foto ingiallite della famiglia, con una penna in mano e lo sguardo severo di chi non sopportava le mezze verità.

“Alberto,” gli aveva detto una volta, “le case non sono solo muri quando dentro ci hai lasciato una vita.”

Allora Alberto aveva sorriso.

Gli era parsa una frase da vecchi.

Quel giorno, davanti alla bara, capì che era una frase da uomo che aveva previsto tutto.

Il figlio di Alberto entrò qualche minuto dopo.

Non arrivò di corsa, non sembrava devastato, non cercò il padre con gli occhi pieni di dolore.

Entrò con una cartellina sotto il braccio e un’espressione composta, quasi amministrativa.

Indossava un cappotto scuro e scarpe lucidissime, troppo perfette per una mattina in cui tutti gli altri parevano aver dimenticato almeno un bottone, una piega, un respiro.

Salutò due persone con un cenno rapido.

Poi si avvicinò al padre da dietro.

Alberto sentì la sua presenza prima ancora di voltarsi.

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