Quando Nonna Rosa Registrò I Parenti Che Aspettavano La Sua Fine-tantan - Chainityai

Quando Nonna Rosa Registrò I Parenti Che Aspettavano La Sua Fine-tantan

Nonna Rosa aveva imparato a distinguere l’amore dal rumore molto prima di compiere 89 anni.

L’amore, per lei, era stato alzarsi prima degli altri quando la casa dormiva ancora, accendere la moka senza far sbattere il coperchio, lasciare il pane sul tavolo coperto da un canovaccio pulito e controllare che nessuno uscisse senza una sciarpa quando l’aria del mattino pungeva.

Il rumore, invece, era arrivato più tardi.

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Era arrivato con le visite fatte per dovere, con le domande ripetute senza aspettare davvero la risposta, con i baci dati sulla guancia mentre gli occhi correvano già al telefono.

Era arrivato con quella frase detta sempre più spesso, «Nonna, poi passiamo», che voleva dire quasi mai.

Eppure Rosa non si lamentava.

Aveva il carattere di certe donne che non confondono la dignità con il silenzio, ma sanno scegliere quando parlare.

La sua stanza era la più tranquilla della casa.

La finestra dava su un cortile dove a volte passavano voci, passi, il rumore metallico di una serranda, un saluto detto di fretta.

Sulla sedia accanto al letto c’era sempre un foulard piegato con precisione, perché Rosa non aveva mai creduto che l’età autorizzasse a lasciarsi andare.

Sul comodino teneva un bicchiere d’acqua, un piccolo cornicello rosso, una fotografia sbiadita e un telefono con lo schermo segnato.

Sotto il cuscino, da qualche mese, custodiva anche un registratore.

Non era un segreto teatrale.

Lo aveva comprato perché dimenticava le istruzioni delle medicine e non voleva chiedere tre volte la stessa cosa.

Si registrava le indicazioni, i promemoria, perfino il nome delle pastiglie, e poi riascoltava tutto con pazienza.

Quel pomeriggio, però, il registratore avrebbe ricordato qualcosa che nessuna medicina poteva curare.

La porta della camera era rimasta socchiusa.

Non molto.

Abbastanza per lasciare entrare il profumo dell’espresso e il tono delle voci dal salotto.

Rosa era distesa con gli occhi chiusi, ma non dormiva.

Da qualche giorno le capitava di sentirsi stanca in un modo diverso, come se il corpo fosse diventato una casa antica piena di stanze che si chiudevano lentamente.

Non aveva paura della fine.

Aveva paura solo di essere trattata come se fosse già finita.

Dal salotto arrivò il primo colpo.

«Bisogna organizzarsi, perché quando succederà non possiamo farci trovare impreparati.»

La voce era pratica, quasi gentile.

Forse proprio per questo fece più male.

Rosa rimase immobile.

Le mani sopra la coperta sembravano calme, ma sotto il lenzuolo un dito si piegò appena.

Un’altra voce rispose che sarebbe stato meglio evitare certi giorni, perché tutti avevano impegni.

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