A Como, Il Piano Suonava Da Solo Ma Pietro Sentì Rispondere Dal Muro-tantan - Chainityai

A Como, Il Piano Suonava Da Solo Ma Pietro Sentì Rispondere Dal Muro-tantan

A Como, nella villa dove Pietro viveva con suo padre e la matrigna, il silenzio aveva una forma precisa.

Non era il silenzio normale di una casa grande, quello che arriva dopo pranzo, quando le tazze restano nel lavello e la luce scende piano lungo le scale.

Era un silenzio educato, lucido, quasi sorvegliato, come il marmo dell’ingresso che sembrava sempre appena pulito e le scarpe allineate vicino alla porta, mai una fuori posto.

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Pietro aveva sette anni e conosceva ogni rumore permesso in quella casa.

Conosceva il borbottio della moka al mattino, quando la matrigna preparava il caffè senza parlare troppo.

Conosceva il tintinnio delle tazzine da espresso, sempre sistemate con il manico rivolto dalla stessa parte.

Conosceva il passo del padre sulle scale, più pesante quando era stanco, più veloce quando doveva uscire.

Conosceva anche il rumore della chiave nella serratura principale, perché in una villa grande le chiavi non sono solo oggetti, sono confini.

C’erano stanze in cui poteva entrare e stanze davanti alle quali doveva passare senza rallentare.

La stanza in fondo al corridoio del piano alto apparteneva alla seconda categoria.

La porta era sempre chiusa.

Non chiusa come una camera lasciata in disordine, ma chiusa come una cosa decisa dagli adulti e poi trasformata in regola.

Davanti a quella porta Pietro sentiva ogni volta il bisogno di dire permesso, anche se non c’era nessuno a rispondere.

La matrigna gli aveva spiegato molte volte che dietro non c’era nulla per lui.

Vecchi mobili, polvere, oggetti inutili, forse un pianoforte rovinato, forse scatole dimenticate, dipendeva dal giorno e da quanta pazienza aveva.

Quando lui chiedeva perché fosse sempre chiusa a chiave, lei gli lisciava i capelli e gli diceva che i bambini non devono aprire tutto quello che trovano.

Quando lui chiedeva di sua madre, la voce della donna diventava più morbida e più dura nello stesso istante.

Tua madre è morta da molto tempo, diceva.

Poi aggiungeva che il padre soffriva ancora, che certe domande riaprivano ferite, che l’amore per chi non c’è più si dimostra anche tacendo.

Pietro era piccolo, ma aveva già imparato che alcuni silenzi non nascono dal dolore.

Nascono dalla paura di essere contraddetti.

Non ricordava il volto di sua madre con chiarezza.

Aveva solo immagini sparse, forse vere, forse costruite ascoltando frasi dette a metà.

Una mano che gli sfiorava la fronte.

Una voce bassa vicino all’orecchio.

Un odore di sapone e stoffa pulita.

E una melodia, fragile come una cosa sognata troppo spesso.

La matrigna gli diceva che i ricordi dei bambini si inventano da soli.

Gli diceva che lui era sensibile, che aveva troppa immaginazione, che doveva imparare a stare composto.

Nella loro casa la compostezza contava quasi quanto la verità.

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