A Firenze, La Bambina Che Nascondeva Sapone Sotto Il Cuscino-tantan - Chainityai

A Firenze, La Bambina Che Nascondeva Sapone Sotto Il Cuscino-tantan

A Firenze, Emma, 7 anni, nascondeva sempre piccoli pezzi di sapone sotto il cuscino.

Non li nascondeva come fanno i bambini con i biscotti o con i piccoli tesori trovati per strada.

Li nascondeva come si nasconde una prova, una colpa, una speranza fragile.

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Ogni sera, prima di dormire, infilava la mano sotto il cuscino e controllava che fossero ancora lì.

Tre, a volte quattro pezzi minuscoli.

Uno bianco, consumato ai bordi.

Uno giallo, con un odore leggero di limone.

Uno viola pallido, che profumava di lavanda e le pizzicava il naso.

Li teneva dentro una scatolina di cartone, avvolti in un fazzoletto pulito, perché aveva paura che anche loro potessero sporcarsi.

La casa era ordinata in modo quasi severo.

La cucina aveva il piano lucido, la moka sempre sciacquata e rimessa al suo posto, le tazzine girate tutte nella stessa direzione.

Nel corridoio, accanto alla porta, le scarpe della madre erano allineate con una precisione che sembrava un avvertimento.

A Emma era stato insegnato che una casa diceva chi eri.

Che i vestiti dicevano chi eri.

Che le mani dicevano chi eri.

Che l’odore della pelle diceva chi eri.

E soprattutto che lei, Emma, doveva fare più attenzione degli altri.

La madre lo ripeteva spesso, senza alzare la voce.

“Tu devi essere pulita più degli altri.”

Emma annuiva.

A 7 anni, aveva imparato che alcune frasi non chiedono risposta.

Aveva imparato a mettersi seduta composta, con le ginocchia vicine e le mani sulle gambe.

Aveva imparato a non toccare il vetro della finestra.

Aveva imparato a non mangiare il cornetto facendo cadere briciole quando, certe mattine, sua madre la portava al bar prima della scuola.

La madre ordinava un espresso, beveva in piedi, salutava con un sorriso appena accennato e correggeva il colletto di Emma anche quando era già perfetto.

Se qualcuno diceva che Emma era una bambina educata, la madre rispondeva sempre con una frase che sembrava gentile ma non lo era.

“Quando vuole, sì.”

Poi stringeva la mano della figlia un po’ troppo forte.

Emma non sapeva spiegare perché quelle parole le facessero abbassare gli occhi.

Sentiva solo che, anche quando tutti sorridevano, lei era sotto esame.

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