Il Bambino Che Cantava Alla Fontana Di Trevi Per Una Bugia-tantan - Chainityai

Il Bambino Che Cantava Alla Fontana Di Trevi Per Una Bugia-tantan

Davide aveva 9 anni e conosceva il suono delle monete meglio di quello della propria risata.

Ogni mattina arrivava accanto alla fontana di Trevi quando Roma si stava ancora svegliando, con i bar pieni di vapore, tazzine d’espresso posate in fretta sui banconi e cornetti sistemati dietro i vetri come piccole promesse di normalità.

Lui non entrava mai al bar.

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Restava fuori, con la chitarra appoggiata al fianco, la custodia aperta sul selciato e una sciarpa annodata al collo anche quando non faceva freddo.

Suo padre diceva che doveva sembrare ordinato.

“Se sembri povero, ti scansano. Se sembri bravo, ti danno qualcosa.”

Davide non capiva fino in fondo quella regola, ma l’aveva imparata.

Le scarpe dovevano essere pulite.

La camicia dentro i pantaloni.

I capelli schiacciati con un po’ d’acqua prima di uscire.

La custodia della chitarra doveva restare aperta, sempre, perché la gente doveva vedere che altri avevano già lasciato qualcosa.

Dentro, tra le monete, c’era una foto di sua sorella.

Era piccola, consumata agli angoli, infilata in una tasca interna che Davide controllava spesso con le dita.

Nella foto lei sorrideva, con la testa leggermente inclinata e gli occhi grandi.

Davide non la mostrava a nessuno se non doveva.

Non perché se ne vergognasse.

Perché gli sembrava l’unica cosa pulita rimasta in una giornata piena di mani estranee, sguardi veloci e sorrisi che sparivano appena la canzone finiva.

Suo padre gli aveva detto che lei era malata.

Gli aveva detto che servivano soldi.

Gli aveva detto che un giorno, quando la custodia sarebbe stata abbastanza piena, lui l’avrebbe portata a curarsi.

Davide ci credeva perché i bambini credono alle promesse quando arrivano dalla voce di un padre.

Anche se quella voce non accarezza.

Anche se quella voce pesa.

Anche se quella voce usa il nome di una sorella come una corda stretta intorno al cuore.

La prima canzone cominciava sempre piano.

I turisti si fermavano per la fontana, non per lui.

Guardavano l’acqua, alzavano il telefono, si sistemavano i capelli, cercavano l’angolo migliore per portarsi via un ricordo.

Poi qualcuno sentiva la voce del bambino.

Allora si girava.

Qualcuno sorrideva.

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