Il Bambino Della Domestica Che Fermò La Pistola Di Romano-paupau - Chainityai

Il Bambino Della Domestica Che Fermò La Pistola Di Romano-paupau

Gabriel Romano aveva già deciso che Tyler Gage sarebbe morto.

Non lo aveva detto ad alta voce, perché in quella casa certe decisioni non avevano bisogno di essere annunciate.

Bastava il modo in cui Gabriel stava in piedi, immobile davanti alla sedia, con la Beretta nella mano destra e lo sguardo di un uomo che aveva già chiuso ogni porta.

Image

Fuori, la pioggia batteva contro le alte finestre della tenuta di Lake Forest e rendeva il vetro nero simile a uno specchio vivo.

Ogni raffica faceva tremare le gocce lungo i vetri, e ogni lampo restituiva per un istante l’immagine della biblioteca: il soffitto intagliato, gli scaffali carichi di libri rilegati in pelle, il camino di marmo italiano, il tappeto persiano macchiato vicino alle gambe della sedia.

Tyler Gage era legato proprio lì.

Aveva il labbro spaccato, un occhio gonfio fino quasi a chiudersi e il naso rotto, così ogni respiro gli usciva dalla bocca con un suono bagnato, fragile, umiliante.

La sua camicia era spiegazzata e sporca, i bottoni tiravano sul petto e il nodo della cravatta era scivolato di lato come se anche quello avesse cercato di scappare.

Davanti a lui c’era Gabriel Romano, trentasei anni, spalle larghe, completo nero tagliato su misura e una freddezza che nessun temporale avrebbe potuto ammorbidire.

Per chi leggeva le pagine economiche, Gabriel era un investitore privato con gusto per le case antiche, le auto europee e le donazioni abbastanza eleganti da mettere a tacere le curiosità.

Per chi viveva sotto la superficie lucida di Chicago, era il capo della famiglia Romano.

Era l’uomo che controllava le banchine, una parte delle rotte merci verso O’Hare e abbastanza alleanze nascoste da far cambiare direzione a una città senza che nessuno alzasse la voce.

La sua reputazione non era nata in una notte.

Era stata costruita con favori, paura, disciplina e un senso quasi antico dell’onore familiare.

Nella casa di Gabriel, ogni cameriere imparava presto a muoversi piano, a bussare, a dire Permesso prima ancora di entrare e a sparire prima di vedere qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.

La Bella Figura, lì dentro, non era solo una facciata elegante.

Era una legge silenziosa.

Le scarpe dovevano essere lucidate, il tavolo in ordine, le tende dritte, le tazzine d’espresso portate via prima che il caffè diventasse freddo.

Anche il terrore, se entrava in quella casa, doveva avere una forma composta.

Tyler non riusciva più a darle alcuna forma.

«Signor Romano», disse con la voce che gli tremava così forte da spezzare le parole. «Lo giuro su Dio, io non vi ho venduti».

Gabriel non batté ciglio.

Tyler provò a tirare contro le corde, ma il movimento gli strappò un gemito.

«Qualcuno ha usato il mio codice d’accesso. Qualcuno mi ha incastrato. Io non avrei mai fatto una cosa del genere».

Sul tavolo basso, vicino a una tazzina d’espresso dimenticata e a un piccolo vassoio d’argento, c’era il fascicolo aperto della spedizione.

Dentro c’erano una stampa del percorso, una nota sull’orario, un codice segnato in rosso e una pagina piegata in due dove qualcuno aveva sottolineato la finestra di quarantotto ore.

Un carico.

Una rotta.

Un codice.

Quarantotto ore dopo, gli uomini dei DeLuca sapevano esattamente dove colpire.

Read More

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *