Una nonna di 77 anni cucì un vestito di laurea con le vecchie tende di casa a Napoli.
La stanza in affitto di nonna Giulia non era povera nel modo rumoroso in cui a volte la povertà viene raccontata.
Era povera nel modo silenzioso delle cose misurate.

Una sedia messa sempre nello stesso punto perché altrove dava fastidio.
Una tazza lavata subito dopo l’espresso perché non ce n’era una seconda davvero buona.
Una finestra con le tende più belle della casa, così belle da sembrare quasi fuori posto.
Quelle tende erano vecchie, ma avevano ancora luce.
Filtravano il sole di Napoli con una delicatezza che faceva sembrare la stanza meno stretta, meno provvisoria, meno sola.
Nonna Giulia le spolverava con la stessa cura con cui lucidava le scarpe prima di uscire.
Non per vanità.
Per dignità.
A 77 anni, aveva imparato che certe persone ti giudicano prima ancora di ascoltarti.
Guardano le scarpe, il cappotto, le mani, il modo in cui entri in una stanza.
Guardano se sembri appartenere al posto in cui sei arrivato.
Giulia questo lo sapeva da quando era bambina.
Da quando aveva dovuto lasciare la scuola perché in casa mancavano i soldi.
Non faceva lunghi discorsi su quel dolore.
Non diceva “mi hanno rubato il futuro”.
Non diceva “avrei potuto essere qualcuno”.
Diceva solo, ogni tanto, mentre infilava il filo nell’ago: “Ci sono porte che si chiudono piano, così nessuno sente il rumore.”
Poi tornava al lavoro.
La sua macchina da cucire era vecchia quasi quanto certi ricordi.
Partiva con un ronzio profondo, si fermava senza avvertire, riprendeva dopo due colpi dati con il palmo sul fianco di metallo.
A volte sembrava una creatura testarda.
A volte sembrava lei.
Sul tavolo, accanto alla macchina, Giulia teneva sempre una piccola scatola di bottoni, un metro da sarta arrotolato, forbici consumate e qualche ricevuta piegata.
La ricevuta dell’affitto.
La ricevuta della luce.
Un foglietto con le spese segnate a matita.
Non erano documenti importanti per il mondo, ma per lei erano il confine preciso tra il resistere e il cadere.
Quel pomeriggio, quando qualcuno bussò alla porta, Giulia aveva appena preparato la moka.
Il caffè era salito da poco, lasciando nell’aria quell’odore caldo che in molte case vale più di una frase di benvenuto.
Lei si asciugò le mani sul grembiule e andò ad aprire.
Sulla soglia c’era una ragazza giovane, con una busta spiegazzata stretta al petto.
Non entrò subito.
Disse “Permesso” piano, quasi scusandosi perfino di occupare l’aria.
Giulia la conosceva di vista.
Una studentessa seria, una di quelle che camminano con i libri stretti al corpo e la testa piena di pensieri.
Non era una ragazza abituata a chiedere.
Questo si vedeva subito.
Chi è abituato a chiedere sa già come abbassare la voce, dove mettere le mani, quale parola usare per far meno male al proprio orgoglio.
Lei invece no.
Lei era lì come chi ha lottato fino all’ultimo momento prima di bussare.
Giulia fece un passo indietro e la lasciò entrare.
La ragazza guardò la stanza.
Guardò il tavolo, la macchina da cucire, le tende, la tazzina ancora sul piattino.
Poi guardò di nuovo il pavimento.
“Mi hanno detto che lei sa sistemare i vestiti,” disse.
Giulia non sorrise troppo, perché certe vergogne si spaventano davanti ai sorrisi grandi.
“Sistemare, accorciare, stringere, salvare quando si può,” rispose.
La ragazza deglutì.
Dalla busta tirò fuori un pezzo di stoffa povera, troppo sottile, troppo stanca, troppo poco per diventare qualcosa di bello.
Lo stese sul tavolo con entrambe le mani.
“Ho la cerimonia di laurea,” disse.
Quelle parole avrebbero dovuto portare luce.
Invece le uscirono come una confessione.
Giulia abbassò gli occhi sulla stoffa.
Capì prima ancora che la ragazza continuasse.
Capì la paura delle fotografie.
Capì la sala piena di famiglie.
Capì le madri con i vestiti buoni, i padri con le scarpe lucidate, i telefoni pronti a catturare il momento.
Capì anche quella parola non detta, la più crudele quando si è giovani e poveri.
Confronto.
La ragazza parlò in fretta.
Disse che non aveva bisogno di un abito elegante.
Disse che andava bene qualsiasi cosa.
Disse che bastava non sembrare fuori posto.
Nonna Giulia restò immobile.
Fuori posto.
Quella frase entrò nella stanza e si sedette tra loro.
Giulia si rivide bambina, con il desiderio di studiare chiuso in gola.
Si rivide mentre guardava altri bambini continuare un cammino che per lei si era fermato troppo presto.
Si rivide imparare a fare orli invece di temi, conti invece di versioni, silenzi invece di domande.
Eppure non aveva mai smesso di rispettare i libri.
Quando vedeva uno studente con la cartella pesante, provava una tenerezza strana.
Come se ogni ragazzo che arrivava a un esame portasse con sé anche un pezzetto di chi non aveva potuto arrivarci.
“Quando sarebbe?” chiese.
La ragazza indicò il foglio nella busta.
C’era una data, un orario, una sala.
C’era anche il suo nome stampato.
Giulia guardò quel nome senza leggerlo ad alta voce.
I nomi dei poveri, quando stanno su un foglio ufficiale, sembrano sempre chiedere il permesso di restare.
“È presto,” disse la nonna.
“Lo so.”
“E con questa stoffa non viene bene.”
La ragazza chiuse gli occhi per un istante.
Non pianse.
Era peggio.
Aveva la faccia di chi ha già pianto prima di arrivare e ora non vuole sprecare nemmeno quello.
“Basta che venga… decente,” mormorò.
Giulia si alzò.
Andò verso la finestra.
La ragazza pensò che volesse prendere più luce per guardare meglio il tessuto.
Invece Giulia afferrò il bordo della tenda.
Lo tenne tra le dita.
La stoffa era consumata in alto, dove il sole aveva lavorato per anni, ma nella parte centrale era ancora buona.
Morbida.
Pesante abbastanza.
Con una trama discreta, non ricca, ma elegante.
La ragazza capì e si alzò di scatto.
“No, signora Giulia. Quelle no.”
La nonna non si voltò subito.
Guardò la finestra nuda che avrebbe lasciato dietro quel gesto.
Una stanza senza tende sembra sempre più povera.
Più esposta.
Più vera.
Per un attimo, anche lei sentì il peso della rinuncia.
Quelle tende erano l’unica cosa bella che possedeva davvero.
Non avevano valore per un negozio, ma ne avevano per lei.
Avevano visto mattine difficili, sere stanche, piogge improvvise, silenzi dopo le telefonate.
Avevano protetto la sua piccola vita dagli occhi degli altri.
Poi Giulia prese le forbici.
Il suono del primo taglio fece tremare la ragazza.
Era un suono netto.
Come una decisione.
“Nonna Giulia, per favore,” disse lei, e la parola nonna le uscì senza pensarci.
Giulia si fermò solo un secondo.
Forse fu quella parola a darle la forza definitiva.
“Forse io non sono arrivata alla laurea,” disse, “ma un vestito che ci arriva lo posso ancora fare.”
La ragazza portò una mano alla bocca.
La stanza sembrò cambiare forma.
Non era più una stanza stretta.
Era un laboratorio.
Non era più una tenda.
Era una possibilità.
Giulia staccò la stoffa con attenzione, senza sprecarne un centimetro.
Poi prese il metro da sarta e fece cenno alla ragazza di mettersi dritta.
“Spalle.”
La ragazza obbedì.
“Vita.”
La ragazza trattenne il respiro.
“Non trattenere l’aria,” disse Giulia. “Un vestito deve accompagnarti, non punirti.”
La frase rimase lì, semplice e grande.
Sul foglio comparvero numeri scritti a matita.
Spalle.
Vita.
Lunghezza.
Orlo.
Accanto ai numeri, Giulia segnò anche l’ora in cui aveva cominciato.
Non per precisione professionale.
Perché quando si è vissuti contando tutto, anche la speranza si misura.
La prima notte, la macchina da cucire si fermò sei volte.
Alla settima, Giulia le diede un colpo leggero e le parlò sottovoce.
“Non farmi fare brutta figura proprio adesso.”
La ragazza voleva restare ad aiutare, ma Giulia la mandò via.
“Tu devi dormire,” disse.
“Io posso almeno imbastire.”
“Tu devi arrivare sul palco con gli occhi aperti, non con le occhiaie della paura.”
La ragazza esitò.
Giulia allora le mise in mano un cornetto avanzato dal mattino, avvolto in un tovagliolo.
“Domani passi. E mangia qualcosa.”
Era il suo modo di amare.
Non dichiarazioni grandi.
Cose piccole messe nella mano di qualcuno.
La seconda notte, la stanza era senza tende e la finestra rifletteva Giulia al lavoro.
Sembrava più vecchia nel vetro.
La schiena curva.
Le mani lente.
Gli occhi stanchi.
Ma ogni punto entrava nella stoffa come una frase che finalmente trovava il suo posto.
Ogni volta che il filo si spezzava, lei lo infilava di nuovo.
Ogni volta che l’ago si bloccava, lei liberava il tessuto con pazienza.
Ogni volta che una cucitura veniva storta, la disfaceva e ricominciava.
Non c’è niente di più umile del ricominciare quando nessuno ti sta guardando.
E non c’è niente di più potente.
A un certo punto, poco prima dell’alba, Giulia appoggiò le forbici e si massaggiò le dita.
Le facevano male.
Il metallo del ditale le aveva lasciato un segno.
Sul tavolo c’erano ritagli di stoffa, fili chiari, una tazzina fredda, il foglio con le misure e una ricevuta dell’affitto spostata per non sporcarla.
La nonna guardò il vestito appeso alla sedia.
Non era ancora finito.
Ma aveva già una forma.
E quella forma diceva una cosa semplice.
Tu puoi entrare.
Il mattino della cerimonia, la ragazza arrivò con i capelli raccolti in modo incerto e le mani gelate.
Bussò piano.
Giulia aprì già vestita, con una sciarpa leggera sulle spalle e le scarpe lucidate.
La stanza sembrava più nuda senza tende.
La luce entrava senza filtro e mostrava tutto.
La parete scrostata.
La finestra vecchia.
Il tavolo segnato.
E il vestito.
Appeso alla maniglia della porta, sembrava impossibile.
Non sembrava una tenda.
Non sembrava un ripiego.
Sembrava un abito nato con una storia segreta.
La ragazza lo toccò appena.
“Posso?” chiese.
Giulia annuì.
Quando lo indossò, nella stanza calò un silenzio diverso.
Non era imbarazzo.
Era riconoscimento.
Il vestito cadeva bene.
Non nascondeva la povertà con una bugia.
La trasformava in presenza.
Giulia sistemò il bordo del colletto, poi lisciò una piega sulla vita.
Le sue mani tremavano un poco, ma il gesto era sicuro.
“Cammina dritta,” disse.
La ragazza guardò lo specchio piccolo.
“Perché mi guarderanno?”
“No,” rispose Giulia. “Perché ci sei arrivata.”
La cerimonia era piena di rumori trattenuti.
Sedie spostate.
Programmi piegati.
Famiglie che cercavano il posto migliore.
Telefoni già pronti.
Qualcuno parlava piano di voti, di lavoro, di futuro.
La ragazza entrò con Giulia qualche passo dietro di lei.
Nonna Giulia avrebbe voluto sedersi in fondo e scomparire.
Era brava a scomparire.
Le persone che hanno dato molto senza ricevere applausi imparano a occupare poco spazio.
Ma la ragazza si voltò e la cercò con lo sguardo.
Solo allora Giulia si sedette.
In fondo, con la borsa sulle ginocchia.
Dentro la borsa aveva messo un rocchetto, un ago, un bottone e il metro da sarta.
“Nel caso serva,” aveva detto.
Come se anche la felicità potesse scucirsi all’improvviso.
Le prime persone notarono il vestito prima ancora della cerimonia.
Una donna sussurrò qualcosa a un’altra.
Uno studente si voltò.
Una ragazza sorrise con ammirazione.
Il vestito non era appariscente.
Era peggio, per chi sa guardare.
Era unico.
Aveva quella bellezza che non nasce dai soldi ma dall’attenzione.
Ogni cucitura sembrava fatta per non tradire chi lo indossava.
La ragazza teneva una cartellina in mano.
Dentro c’erano il programma, un foglio con l’orario, e un biglietto di Giulia piegato in quattro.
Non dimenticare chi ti ha cucita quando avevi paura.
La cerimonia cominciò.
I nomi vennero letti uno dopo l’altro.
Gli applausi salivano, scendevano, riprendevano.
Ogni famiglia aveva il suo modo di esplodere in orgoglio.
C’era chi gridava.
Chi piangeva.
Chi cercava di fare una foto senza tremare.
Giulia applaudiva piano.
Non voleva farsi notare.
Eppure, quando arrivò il nome della ragazza, le mani le tremarono così tanto che il programma le scivolò quasi dalle ginocchia.
La ragazza salì sul palco.
Il vestito si mosse nella luce.
Per un istante, Giulia dimenticò la finestra nuda, le notti senza dormire, il filo spezzato, le dita doloranti.
Vide solo una giovane donna in piedi davanti al proprio futuro.
E bastò.
Poi venne annunciata una borsa di studio.
La voce al microfono pronunciò il nome della ragazza.
Lei rimase ferma.
Non fece il passo avanti.
Forse pensò a un errore.
Forse pensò che certe cose succedono agli altri.
La sala applaudì più forte.
Qualcuno vicino a lei la spinse con delicatezza.
“Allora vai.”
La ragazza salì di nuovo.
Questa volta il suo viso era cambiato.
Non era solo emozione.
Era incredulità.
Le consegnarono un documento, una cartellina, una stretta di mano.
Le parole ufficiali passavano intorno a lei come acqua.
Merito.
Impegno.
Futuro.
Opportunità.
Lei sentiva solo il battito del proprio cuore.
Poi le misero davanti il microfono.
La ragazza guardò la sala.
Vide i volti.
Vide i telefoni.
Vide le famiglie.
E in fondo vide Giulia.
La nonna aveva già abbassato gli occhi.
Come se quel momento non le appartenesse.
Come se il suo compito fosse stato soltanto cucire, accompagnare, sparire.
La ragazza strinse il microfono.
“Vorrei dire una cosa,” disse.
La sala si calmò.
Giulia sollevò appena la testa.
La ragazza respirò.
“Questo vestito non l’ho comprato,” disse.
Un mormorio leggero attraversò le file.
“Non avrei potuto comprarlo.”
Quelle parole non cercavano pietà.
Erano pulite.
Ferme.
Vere.
“È stato cucito per me da una nonna che non ha il mio sangue.”
Giulia si irrigidì.
La borsa sulle sue ginocchia si inclinò.
“Una nonna che ha lasciato la scuola da bambina perché era povera, ma che ha passato due notti a cucire perché io non mi sentissi povera davanti a tutti.”
Nessuno tossì.
Nessuno spostò la sedia.
Perfino i telefoni sembravano più fermi.
La ragazza continuò, e la sua voce tremò solo allora.
“Lei ha tolto le tende più belle dalla sua stanza per farmi entrare qui con la schiena dritta.”
Giulia portò una mano al petto.
Non era abituata a essere nominata.
Non così.
Non davanti a una sala.
Non come qualcuno che aveva costruito un futuro con ago e filo.
La ragazza guardò verso di lei.
“Il vestito più bello di oggi,” disse, “non è bello perché sembra costoso. È bello perché qualcuno ha rinunciato all’unica cosa elegante che aveva per farmi credere di meritare questo posto.”
A quel punto, una donna nelle prime file si coprì la bocca con la mano.
Uno studente smise di registrare e abbassò il telefono.
Un uomo che fino a quel momento aveva mantenuto l’espressione composta si pulì gli occhi con due dita.
La ragazza fece una cosa inattesa.
Sollevò leggermente il bordo interno del vestito.
Non abbastanza da rovinare il decoro.
Solo quanto bastava per mostrare la cucitura nascosta.
Lì, nella piega interna, si vedeva ancora una traccia della vecchia tenda.
Un piccolo segno del tessuto originario.
Un indizio che nessuno avrebbe notato, se lei non avesse deciso di mostrarlo.
La sala restò sospesa.
Perché a volte la verità non ha bisogno di essere gridata.
Basta un orlo.
Basta un filo.
Basta vedere da dove viene una cosa per capire quanto vale.
Giulia abbassò il volto.
Le lacrime le caddero senza scena, senza rumore.
La sua vita intera sembrava essersi riunita in quel punto minuscolo di stoffa.
La scuola perduta.
Le stanze strette.
Gli anni di lavoro.
Le rinunce fatte senza testimoni.
E ora una ragazza sul palco che diceva a tutti: io sono qui anche grazie a lei.
Ma il momento non era finito.
Nelle prime file, una donna si alzò.
Aveva una busta in mano.
Non era previsto.
Si vedeva dal modo in cui alcune persone dell’organizzazione si guardarono tra loro.
La donna non avanzò subito.
Restò ferma, come se stesse decidendo se interrompere o no.
Poi guardò il vestito.
Guardò la ragazza.
Guardò Giulia in fondo alla sala.
E cominciò a camminare verso il corridoio centrale.
Ogni passo faceva girare altre teste.
La ragazza teneva ancora il microfono.
Il lembo del vestito le scivolò lentamente dalle dita.
Giulia, in fondo, prese la borsa con entrambe le mani, come se volesse alzarsi e fuggire.
Ma non lo fece.
La donna arrivò sotto il palco.
Alzò la busta.
“Posso?” chiese.
La ragazza guardò chi conduceva la cerimonia.
Nessuno sembrava sapere cosa rispondere.
Allora la donna parlò abbastanza forte perché le prime file sentissero.
“Questa storia non deve restare soltanto in questa sala.”
Il microfono catturò una parte della frase.
La sala mormorò.
La ragazza scese un gradino.
La donna le consegnò la busta.
Le mani della ragazza tremavano così tanto che quasi non riuscì ad aprirla.
Dentro non c’erano soldi.
Non c’era un biglietto di congratulazioni.
C’era una proposta scritta con cura.
Il vestito sarebbe stato esposto durante un evento dedicato agli studenti meritevoli senza mezzi, come simbolo di dignità, studio e cura.
E accanto al vestito ci sarebbe stata la storia di nonna Giulia.
Non come nota a margine.
Non come “anziana sarta”.
Come la donna che aveva cucito una possibilità usando ciò che aveva.
La ragazza lesse in silenzio.
Poi guardò Giulia.
La nonna scuoteva già la testa.
Piano.
Con paura.
Con pudore.
Come se una vita intera passata a non disturbare le impedisse di accettare anche una sola luce puntata su di lei.
“No,” mormorò Giulia, ma nessuno poteva sentirla.
La ragazza invece la sentì con gli occhi.
Scese dal palco.
La sala si aprì davanti a lei.
Camminò tra le file con il vestito che sfiorava le sedie.
Ogni passo sembrava riportare la stoffa verso la finestra da cui era partita.
Quando arrivò da Giulia, si inginocchiò davanti a lei.
Non per fare scena.
Per arrivare alla sua altezza.
“Nonna,” disse.
Questa volta non era una parola scappata.
Era una scelta.
Giulia si coprì gli occhi.
La borsa le cadde dalle ginocchia.
Sul pavimento finirono il metro da sarta, una ricevuta piegata e un bottone vecchio.
Quel bottone rotolò piano sotto la sedia davanti.
Una ragazza lo raccolse e lo porse a Giulia con una delicatezza quasi solenne.
Nessuno rise.
Nessuno trovò la scena piccola.
Perché in quel momento tutti avevano capito che il bottone, il metro, la ricevuta, la tenda tagliata, le notti senza sonno, tutto apparteneva allo stesso discorso.
Il discorso di chi non ha molto e per questo sa dare peso a ogni cosa.
La donna con la busta si avvicinò ancora.
“Signora Giulia,” disse.
Giulia tolse le mani dal viso.
Non era pronta.
Non lo sarebbe mai stata.
La donna continuò.
“Lei dice di non essere arrivata alla laurea.”
La sala ascoltava.
La ragazza strinse la mano della nonna.
“Ma oggi,” disse la donna, “un pezzo di lei ci è arrivato.”
A quel punto l’applauso cominciò dal fondo.
Non fu immediato come quelli di rito.
Partì piano, quasi timido.
Poi crebbe.
Passò di fila in fila.
Diventò più forte.
Nonna Giulia non sapeva cosa fare con tutto quel rumore.
Aveva passato la vita a evitare la vergogna pubblica.
Non sapeva che anche la gratitudine, quando arriva davanti a tutti, può far tremare le gambe.
La ragazza la abbracciò.
Giulia rimase rigida un istante.
Poi si sciolse.
Le sue mani, quelle mani che avevano tagliato, cucito, disfatto e ricominciato, si posarono sulla schiena della ragazza.
Non disse “sono orgogliosa di te”.
Non disse “te lo meriti”.
Disse una cosa più sua.
“Attenta all’orlo.”
La ragazza scoppiò a ridere piangendo.
Anche Giulia rise.
E quella risata, piccola e spezzata, fece più male e più bene di ogni discorso.
Dopo la cerimonia, molte persone vollero vedere il vestito da vicino.
Non lo toccarono senza chiedere.
Si avvicinarono come ci si avvicina a qualcosa che ha attraversato una battaglia silenziosa.
Una donna chiese a Giulia come avesse fatto a rendere così pulita la linea delle spalle.
Giulia rispose parlando di punti, non di miracoli.
Un uomo le disse che sua madre cuciva allo stesso modo.
Una studentessa le confessò di aver quasi rinunciato alla cerimonia perché non aveva nulla da mettersi.
Giulia la guardò a lungo.
Poi aprì la borsa, prese il metro e disse: “Passa da me.”
Non era una promessa grande.
Era più di una promessa.
Era una porta.
La ragazza con la borsa di studio rimase accanto a lei tutto il tempo.
Non lasciò che Giulia venisse trasformata in una curiosità.
Ogni volta che qualcuno diceva “che storia incredibile”, lei rispondeva: “Che donna incredibile.”
Giulia fingeva di non sentire.
Ma sentiva tutto.
Quella sera, tornate nella stanza in affitto, la finestra era ancora senza tende.
Il vetro rifletteva entrambe.
La ragazza indossava ancora il vestito, con attenzione.
Giulia appoggiò la busta sul tavolo.
Accanto alla moka.
Accanto alle forbici.
Accanto al foglio delle misure.
Per qualche minuto non parlarono.
Fu la ragazza a rompere il silenzio.
“Le comprerò tende nuove,” disse.
Giulia fece un gesto con la mano, piccolo e deciso.
“Prima studi.”
“Ma la finestra…”
“La finestra può aspettare.”
La ragazza guardò il vetro nudo.
Poi guardò la nonna.
“Lei no.”
Giulia abbassò gli occhi, ma questa volta non per vergogna.
Per non far vedere troppo presto le lacrime.
Il giorno dopo, qualcuno passò a portare una stoffa.
Poi un’altra persona lasciò dei rocchetti.
Poi arrivò una scatola di bottoni.
Nessuno aveva organizzato nulla davvero.
Eppure la storia aveva cominciato a camminare.
Come fanno le storie quando toccano un punto che molte persone riconoscono.
Non era solo il vestito.
Non era solo la borsa di studio.
Era l’idea che un sogno potesse essere cucito con ciò che resta.
Con una tenda vecchia.
Con una macchina che funziona a metà.
Con mani stanche.
Con una donna che non aveva potuto finire la scuola, ma non aveva mai smesso di onorarla.
Molti avrebbero raccontato quella giornata dicendo che una ragazza povera aveva ricevuto una borsa di studio.
Era vero.
Ma non era tutto.
Altri avrebbero detto che una nonna aveva cucito un abito da laurea con delle tende.
Anche questo era vero.
Ma non era tutto.
La verità più profonda era un’altra.
Quel giorno, davanti a una sala piena, la povertà non era stata nascosta.
Era stata guardata in faccia e trasformata in dignità.
Nonna Giulia non aveva dato alla ragazza un vestito per sembrare diversa.
Le aveva dato un vestito per entrare nel suo futuro senza chiedere scusa.
E forse è questo che fanno le persone buone quando nessuno le applaude ancora.
Prendono qualcosa di vecchio.
Lo tagliano con coraggio.
Lo tengono insieme con pazienza.
E lo consegnano a qualcun altro dicendo, senza dirlo davvero: adesso vai.
Perché a volte i sogni non nascono nuovi.
A volte vengono da stoffe consumate, da stanze piccole, da mani anziane e da finestre lasciate nude.
A volte il futuro non si compra.
Si cuce.
Punto dopo punto.
Con amore.