Il Calzolaio Di Firenze Che Restituì Dignità A Un Disoccupato-tantan - Chainityai

Il Calzolaio Di Firenze Che Restituì Dignità A Un Disoccupato-tantan

Nel vicolo stretto, la mattina arrivava con l’odore del caffè prima ancora che con il rumore delle saracinesche.

Il signor Marino lo sapeva bene, perché a ottantaquattro anni apriva ancora la sua piccola bottega di riparazione scarpe con la stessa cura con cui altri aprono una casa di famiglia.

Non tirava mai su la serranda di colpo.

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La sollevava piano, accompagnandola con le mani, come se anche il ferro vecchio meritasse rispetto.

Dentro c’erano un banco di legno segnato dai decenni, barattoli di lucido, stringhe arrotolate, tacchi di ricambio, una sedia impagliata vicino alla porta e una moka piccola che borbottava quando il vicolo cominciava a riempirsi di passi.

Fuori, Firenze correva con scarpe sempre più nuove.

Scarpe comprate in fretta, buttate in fretta, sostituite appena compariva una riga sulla punta o una cucitura stanca.

Marino invece apparteneva a un altro tempo.

Un tempo in cui un paio di scarpe non era solo una cosa da indossare, ma un tratto della vita di una persona.

C’erano scarpe da lavoro consumate dal peso dei giorni, scarpe buone lucidate per un pranzo di famiglia, scarpe nere tenute per le occasioni serie, scarpe che avevano attraversato funerali, matrimoni, colloqui, ritorni a casa.

Lui diceva poco.

Lavorava molto.

Conosceva la pelle al tatto, capiva se una suola poteva reggere ancora, distingueva una scarpa trascurata da una scarpa amata male per mancanza di denaro.

Negli ultimi anni, però, la bottega era diventata sempre più silenziosa.

I clienti entravano di rado.

Qualcuno chiedeva il prezzo, faceva una smorfia gentile, diceva che sarebbe ripassato e non tornava più.

Qualcun altro guardava le mensole, annuiva con nostalgia e poi confessava quasi sottovoce che ormai conveniva comprare il nuovo.

Marino non si arrabbiava.

Abbassava gli occhi, sistemava una spazzola, rimetteva a posto una scatola di chiodini.

Ma ogni volta qualcosa dentro di lui si restringeva.

Non era solo questione di soldi.

Era la sensazione che il mondo non volesse più riparare niente.

Non le scarpe.

Non gli oggetti.

Non le persone.

Quella mattina, poco prima di mezzogiorno, il bar all’angolo era ancora pieno di voci.

Una donna uscì con un cornetto in mano, due uomini si salutarono con una pacca sulla spalla, un ragazzo passò davanti alla bottega guardando il telefono.

Marino era seduto al banco e stava lucidando un paio di scarpe da donna che una cliente anziana gli aveva lasciato da risistemare.

La porta si aprì con un suono breve.

Entrò un uomo che non sembrava sapere se avanzare o scusarsi.

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