La Nonna Dei Piccioni Feriti Che Insegnò Coraggio A Un Bambino-tantan - Chainityai

La Nonna Dei Piccioni Feriti Che Insegnò Coraggio A Un Bambino-tantan

A Venezia, vicino a piazza San Marco, tutti avevano imparato a riconoscere Nonna Elena prima ancora di vederla bene.

Arrivava con il passo lento dei suoi 79 anni, un foulard annodato con cura, una borsa piccola stretta al braccio e lo sguardo di chi non si lascia intimidire dal rumore.

La mattina, l’aria sapeva di pietra umida, acqua vicina e caffè appena servito nei bar.

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I turisti passavano con il telefono alzato, cercando qualcosa da fotografare.

Elena cercava altro.

Cercava un’ala piegata male.

Cercava un piccolo corpo fermo vicino ai gradini.

Cercava un tremito che gli altri scambiavano per sporcizia, fastidio, niente.

Per lei, invece, ogni piccione ferito era una creatura che non aveva bisogno di disgusto.

Aveva bisogno di qualcuno che si chinasse.

La prima volta che qualcuno la chiamò “la vecchia che parla con gli uccelli”, Elena stava fasciando un’ala sottile con una garza bianca.

Non alzò la testa.

Non rispose.

Tirò solo la benda un poco meno stretta, perché il piccione aveva fatto un movimento di paura.

“Piano,” mormorò.

Non era chiaro se lo dicesse all’animale o al mondo.

Le risate arrivarono lo stesso.

Una coppia di turisti indicò la scena.

Un ragazzo fece una smorfia.

Qualcuno disse qualcosa in un’altra lingua, poi rise come se quella donna anziana, chinata su una creatura ferita, fosse parte dello spettacolo della città.

Elena conosceva quel tipo di risata.

Non era curiosità.

Era superiorità.

Quella risata diceva: io non sarei mai così ridicolo.

Elena l’aveva sentita abbastanza volte da non doverla più ascoltare davvero.

Aveva una piccola routine.

Prima controllava il respiro.

Poi guardava l’ala.

Poi puliva la ferita, se era leggera.

Se serviva, prendeva dalla borsa una garza, un foglietto piegato e una matita corta.

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