La Finestra Che Restò Aperta Per Una Ragazza Senza Casa-tantan - Chainityai

La Finestra Che Restò Aperta Per Una Ragazza Senza Casa-tantan

A Torino, l’inverno non arrivava mai tutto insieme.

Prima entrava nei portoni, poi nei pianerottoli, poi nelle ossa.

Nonna Celeste lo sapeva da settantotto anni, e negli ultimi tempi lo sentiva prima ancora di vedere il cielo cambiare colore.

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Le mani le si irrigidivano al mattino, le ginocchia le bruciavano quando provava ad alzarsi dal letto, e ogni sera faceva lo stesso giro lento nel suo appartamento al terzo piano.

Controllava il fornello.

Sistemava la moka per il giorno dopo.

Piegava la coperta sul bordo del letto.

Poi prendeva il vecchio giornale e lo infilava nelle fessure della porta e del davanzale, perché il vento trovava sempre una strada.

Il suo appartamento era piccolo, così piccolo che il letto sembrava parte della cucina.

Bastavano tre passi per andare dal cuscino al lavello, due per arrivare alla finestra, uno per urtare con l’anca la sedia lasciata fuori posto.

Eppure Celeste lo teneva ordinato con la cura di chi non ha molto, ma non permette alla povertà di trasformarsi in abbandono.

Le tazze erano allineate.

Il grembiule era piegato.

Le scarpe, lucidate anche se ormai usciva poco, restavano vicino alla porta.

Sul muro c’erano vecchie foto di famiglia, ingiallite ai bordi, e sotto la finestra un cestino di vimini con il manico rinforzato da una corda.

Quel cestino non era nato per salvare nessuno.

Anni prima Celeste lo usava per calare le chiavi a un vicino, quando le gambe cominciavano a tradirla e scendere tre piani le sembrava una montagna.

Poi il vicino si era trasferito.

La corda era rimasta.

Il cestino pure.

E Celeste, che non buttava nulla se poteva ancora servire, li aveva lasciati accanto alla finestra.

La ragazza comparve sotto la pensilina dall’altra parte della strada in una sera di freddo secco.

Celeste la vide mentre portava la tazza al lavello.

Era giovane, ma cercava di farsi piccola come una bambina che non vuole disturbare.

Si rannicchiò sotto la copertura, con il cappotto chiuso male e le mani nascoste sotto le braccia.

Qualcuno passò vicino a lei e accelerò.

Un uomo con un sacchetto del forno la guardò appena.

Una donna con una sciarpa elegante cambiò marciapiede, non con cattiveria evidente, ma con quella cautela rapida che spesso fa più male di un insulto.

Celeste rimase dietro al vetro.

Le venne istintivo chiudere meglio la finestra, perché il gelo le pungeva il polso.

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