L’Orologiaio Di Bologna Che Fermò Il Dolore Di Una Madre-tantan - Chainityai

L’Orologiaio Di Bologna Che Fermò Il Dolore Di Una Madre-tantan

L’anziano orologiaio che riparò l’orologio per una madre che aveva perso il figlio a Bologna non aveva mai creduto davvero che il tempo guarisse tutto.

Aveva 83 anni, si chiamava Arturo, e da più di mezzo secolo sedeva dietro un banco di legno segnato da graffi sottili, macchie di olio e cerchi lasciati da tazzine di espresso bevute senza zucchero.

La sua bottega era piccola, stretta tra serrande che si alzavano al mattino e vetrine che ormai attiravano più sguardi nostalgici che clienti veri.

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La gente non portava più l’orologio al polso per sapere che ore fossero.

Bastava il telefono.

Bastava uno schermo.

Bastava tirarlo fuori dalla tasca e il tempo appariva, preciso, luminoso, indifferente.

Arturo invece viveva ancora circondato da lancette, molle, viti minuscole, casse aperte, quadranti incrinati e sveglie che suonavano quando nessuno le aspettava.

Ogni mattina apriva la serranda con lo stesso gesto lento, sistemava il tappetino all’ingresso, passava un panno sul vetro e accendeva la piccola lampada del banco.

Nel retro teneva una moka vecchia, annerita sotto, che borbottava piano quando lui dimenticava di spegnere il fuoco in tempo.

Non lo faceva per abitudine soltanto.

Lo faceva perché il rumore della moka riempiva quei minuti in cui la bottega era troppo silenziosa.

Poi cominciavano i ticchettii.

Uno sul muro vicino alla porta.

Uno sopra la mensola delle cinghie di pelle.

Tre dentro la vetrina, dove erano esposti orologi che nessuno comprava più.

Uno nel cassetto basso, rotto da anni, che Arturo non riparava apposta perché il suo battito irregolare gli ricordava una persona.

La moglie era morta da tempo.

Il figlio anche.

Arturo non raccontava mai come, e nessuno insisteva.

A Bologna, nel suo piccolo angolo di strada, la gente sapeva rispettare certi silenzi, soprattutto quando un uomo anziano continuava a lucidarsi le scarpe ogni mattina, a salutare con educazione, a dire “prego” anche a chi entrava solo per chiedere indicazioni.

La Bella Figura, per lui, non era vanità.

Era un modo per non crollare davanti agli altri.

Portava sempre un maglione ordinato, una camicia pulita, l’orologio al polso anche quando non gli serviva, e un fazzoletto piegato nella tasca.

Il suo dolore viveva altrove.

Viveva nei cassetti chiusi.

Nelle foto appoggiate dietro la porta del retro.

Nel secondo piatto che non metteva più sul tavolo.

Nel modo in cui evitava di guardare le famiglie quando passavano davanti alla vetrina durante la passeggiata del tardo pomeriggio.

E soprattutto viveva nel ticchettio.

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