A Verona, Una Nonna Scrisse Nomi Sui Dolci Per I Poveri-tantan - Chainityai

A Verona, Una Nonna Scrisse Nomi Sui Dolci Per I Poveri-tantan

A Verona, quando il forno abbassava la serranda e la strada diventava più silenziosa, Nonna Loredana restava sempre per ultima.

Aveva 81 anni e un modo lento di muoversi che non era debolezza, ma attenzione.

Passava lo straccio sul bancone come se ogni briciola meritasse ancora un posto.

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Sistemava i vassoi vuoti.

Chiudeva i sacchetti di carta.

Toglieva dal pavimento la farina caduta durante il giorno.

Il forno non era grande, ma alla sera sembrava contenere tutto ciò che la città aveva lasciato indietro.

Odore di pane.

Vapore dolce di crema.

Carta unta piegata male.

Monetine dimenticate vicino alla cassa.

E, quasi sempre, un sacchetto per lei.

Non il sacchetto bello, quello preparato per i clienti con le paste intere e il nastro stretto bene.

Il suo era un sacchetto semplice, con dentro pezzi rotti, angoli spezzati, briciole grandi, ritagli di dolci che non si potevano più mettere in vetrina.

Loredana lo accettava con un sorriso piccolo.

Diceva grazie.

Poi lo metteva nella borsa come si mette via qualcosa che non vuoi far vedere troppo.

Non si lamentava mai.

Non perché non soffrisse.

Ma perché certe persone anziane imparano a soffrire con educazione, come se anche il dolore dovesse avere buone maniere.

Lei avrebbe voluto comprare, una volta ogni tanto, una pasta intera.

Una di quelle con la crema liscia, il bordo preciso, la superficie chiara.

Non per vantarsi.

Non per gola.

Solo per sedersi a casa, accanto alla moka ormai fredda, e sentire per qualche minuto di non essere sempre l’ultima a ricevere.

Ma i soldi erano pochi.

Troppo pochi per permettersi un dolce bello.

Così portava a casa ciò che restava.

E ogni sera si diceva che andava bene così.

Fu proprio in una sera qualunque che vide la ciotola di crema avanzata.

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