La Ninna Di Nonna Raffaella Che Fermò Il Pronto Soccorso-tantan - Chainityai

La Ninna Di Nonna Raffaella Che Fermò Il Pronto Soccorso-tantan

Bà cụ hát ru cho trẻ trong khu cấp cứu ở Naples

Nel corridoio del pronto soccorso di Napoli, la notte sembrava essersi fermata sotto le luci bianche.

C’era odore di disinfettante, di giacche bagnate dalla fretta, di espresso lasciato a metà in un bicchierino di plastica vicino alle macchinette.

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Le porte automatiche si aprivano e si chiudevano con un sospiro meccanico.

Ogni volta, qualcuno voltava la testa sperando che chiamassero il proprio numero.

Raffaella, 85 anni, sedeva contro il muro con la schiena appena curva e la sciarpa leggera ancora annodata al collo.

Era arrivata con il fiato corto, le mani fredde e quella dignità ostinata che certe nonne portano addosso anche quando stanno male.

Non si era lamentata.

Aveva solo consegnato i documenti, ascoltato l’orario segnato sul foglio di accettazione e seguito con gli occhi il gesto rapido dell’infermiera che le indicava dove aspettare.

Sul foglio c’erano un numero, un codice, un’ora.

Sul suo viso c’era qualcosa che nessun codice poteva spiegare.

Respirava piano, ma respirare le costava.

Ogni volta che il petto si sollevava, sembrava che dovesse discutere con l’aria prima di lasciarla entrare.

Accanto a lei, una borsa scura poggiava sulle ginocchia.

Raffaella teneva una mano sopra la chiusura, come se dentro ci fosse tutta la sua casa: le chiavi, un fazzoletto pulito, forse una ricevuta piegata, forse un’immagine vecchia abbastanza da non dover essere mostrata a nessuno.

Nel corridoio c’erano persone stanche in modi diversi.

Un uomo controllava continuamente il telefono senza leggere davvero nulla.

Una donna anziana teneva il cappotto sulle spalle e guardava il pavimento lucido.

Una coppia parlava a bassa voce, con quella gentilezza tesa che si usa negli ospedali quando si teme che una parola sbagliata possa far crollare tutto.

A pochi passi, una giovane madre camminava avanti e indietro con un bambino piccolo in braccio.

Il bambino piangeva.

Non piangeva per capriccio.

Piangeva come piangono i piccoli quando hanno paura, sonno, dolore e troppa luce negli occhi.

La madre lo dondolava contro la spalla, gli sistemava il lenzuolino, gli sfiorava la fronte con le labbra.

Poi cambiava posizione.

Poi ripeteva gli stessi gesti, più piano, più disperata.

Si vedeva che non dormiva da ore.

Aveva i capelli legati male, una ciocca scappata vicino alla guancia, gli occhi arrossati e una borsa a tracolla che continuava a scivolarle dal gomito.

Ogni tanto sussurrava: “Amore, basta… ti prego.”

Ma il bambino non riusciva a calmarsi.

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