A Genova, Il Vecchio Del Porto Diede L’Ultima Medicina A Un Facchino-tantan - Chainityai

A Genova, Il Vecchio Del Porto Diede L’Ultima Medicina A Un Facchino-tantan

Il signor Nino arrivava al porto di Genova prima che il sole avesse il coraggio di salire del tutto.

Non lo faceva perché avesse ancora un turno da rispettare.

Lo faceva perché per quarant’anni la sua vita era cominciata così, tra il sale nell’aria, il metallo umido dei cancelli, il rumore dei passi pesanti e quel primo espresso bevuto in piedi, senza sedersi mai troppo a lungo.

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A settantasei anni, il suo corpo aveva cambiato passo.

La schiena si era curva, le ginocchia chiedevano pazienza, e ogni mattina sembrava aprirsi con una trattativa silenziosa tra la volontà e il dolore.

Eppure Nino usciva comunque di casa pulito, composto, con le scarpe lucidate e una vecchia sciarpa al collo.

Diceva che un uomo poteva essere povero, stanco, malandato, ma non doveva mai presentarsi al mondo come se avesse già perso.

Non era vanità.

Era la sua La Bella Figura, quella dura e semplice di chi non aveva avuto molto, ma aveva sempre cercato di mantenere la dignità.

Nella tasca interna della giacca teneva una scatolina di compresse contro il mal di schiena.

La teneva come si tiene una piccola assicurazione contro il crollo.

Non la mostrava quasi mai.

Quando il dolore si faceva troppo forte, Nino infilava due dita nella tasca, sentiva il cartoncino sottile e decideva se quel giorno meritasse davvero una compressa.

Il problema era che le medicine costavano.

E quando una cosa costa, un povero impara a farla durare più del necessario.

A volte spezzava il ritmo delle giornate per non dover spezzare la compressa.

A volte si appoggiava al muro della cucina, aspettando che la moka borbottasse, e si diceva che forse quel calore bastava.

A volte non bastava affatto.

Ma lui non si lamentava.

Aveva passato troppi anni accanto a uomini che misuravano la fatica non in parole, ma in silenzi.

Il porto gli aveva insegnato che chi trasporta peso impara presto a nascondere il proprio.

Quella mattina l’aria era tagliente e limpida.

Un bar vicino aveva appena alzato la serranda, e il profumo dell’espresso si mescolava all’odore del mare e delle corde bagnate.

Nino aveva preso il suo caffè con due mani intorno alla tazzina, non perché fosse elegante, ma perché le dita gli facevano male.

Poi aveva attraversato lentamente lo spazio davanti ai magazzini.

Conosceva ancora molti volti.

Alcuni lo salutavano con rispetto.

Altri lo guardavano come si guarda una reliquia viva, uno di quegli uomini che sembrano appartenere a un tempo più duro e più netto.

Nino rispondeva con un cenno del capo.

Non voleva essere compatito.

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