A Palermo, La Nonna Che Salvò Le Ninne Nanne Delle Madri-tantan - Chainityai

A Palermo, La Nonna Che Salvò Le Ninne Nanne Delle Madri-tantan

A Palermo, Nonna Caterina aveva ottantaquattro anni e una voce che sembrava essersi ritirata dal mondo.

La usava per salutare il barista, per chiedere permesso al centro comunitario, per ringraziare una vicina che le teneva aperto il portone.

Ma non la usava più per cantare.

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Una volta, quella voce aveva riempito la casa.

Non con canzoni allegre, non con parole dette per farsi notare, ma con ninne nanne basse, antiche, siciliane, cantate accanto a un bambino che chiudeva gli occhi solo quando sua madre trovava il ritmo giusto.

Quel bambino era diventato uomo.

Poi era morto.

E da allora Caterina non aveva più saputo dove mettere la propria voce.

Nella sua cucina, la moka stava spesso sul fornello senza essere accesa.

Le tazzine erano due, anche se lei ne usava una sola.

Sul mobile c’erano fotografie vecchie, alcune con gli angoli rovinati, altre infilate in cornici di legno che suo figlio aveva sempre detto di voler sistemare.

Ogni mattina, Caterina si vestiva con cura.

Un foulard, un cappotto pulito, scarpe lucidate anche se doveva solo scendere a comprare il pane o prendere un espresso al bar.

Non era vanità.

Era dignità.

Era il modo in cui una donna anziana diceva al mondo che, anche se nessuno la aspettava davvero, lei non si era ancora lasciata andare.

Eppure, quando tornava a casa e richiudeva la porta, il silenzio le cadeva addosso come una coperta bagnata.

A volte guardava la sedia dove suo figlio si sedeva da ragazzo.

A volte apriva un cassetto e trovava un vecchio fazzoletto, una foto, un biglietto.

A volte, senza volerlo, le saliva in gola l’inizio della ninna nanna.

Bastavano due note.

Poi si fermava.

Cantare significava ammettere che quella memoria era viva.

E se era viva, faceva ancora male.

Caterina aveva iniziato ad andare al centro comunitario quasi per caso.

Una vicina le aveva detto che lì facevano attività per anziani, incontri, piccoli laboratori, momenti per non restare soli.

Lei aveva risposto che non ne aveva bisogno.

Poi, la settimana dopo, si era presentata comunque.

Entrò dicendo “permesso” a voce bassa, stringendo la borsa con entrambe le mani.

La sala non era elegante, ma era pulita, luminosa, con sedie di plastica, tavoli di legno e una finestra da cui entrava una luce chiara.

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