Il Rosmarino Di Nonna Viola Che Fece Tornare Un Uomo Alla Vita-tantan - Chainityai

Il Rosmarino Di Nonna Viola Che Fece Tornare Un Uomo Alla Vita-tantan

In Liguria, Nonna Viola aveva settantotto anni e un balcone piccolo, pieno di vasi che sembravano vivere più per testardaggine che per spazio.

Ogni mattina apriva le persiane con attenzione, perché il vaso più grande di rosmarino sporgeva proprio davanti alla finestra e bastava un gesto brusco per rovesciare terra sul pavimento.

Prima metteva la moka sul fuoco.

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Poi controllava le piante.

Non faceva nulla in fretta, non perché avesse tutto il tempo del mondo, ma perché aveva imparato che certe cose si salvano solo con la pazienza.

Il rosmarino veniva per primo.

Lo toccava con due dita, sentiva se i rametti erano asciutti, se le foglie resistevano, se la notte aveva portato troppo vento.

Accanto c’erano un piccolo vaso di alloro, qualche limone in una cassetta e una forbice sempre pulita.

Viola non aveva un negozio vero.

Aveva un banco al mercato, poche cose, un foulard annodato bene, scarpe lucidate anche quando il cielo prometteva pioggia e quella dignità silenziosa che faceva abbassare la voce a chi le parlava.

La chiamavano Nonna Viola anche persone che non avevano nessun legame di sangue con lei.

Era una di quelle donne che non chiedono rispetto, ma lo fanno nascere intorno a sé.

Arrivava al mercato con i mazzetti già legati con lo spago.

Non urlava.

Non insisteva.

Non diceva che il suo rosmarino era migliore di quello degli altri.

Sistemava i rametti sul banco, passava una mano sul bordo della cassetta e, quando qualcuno si avvicinava, diceva soltanto: “Sentite prima.”

Per lei comprare una pianta senza annusarla era come salutare una persona senza guardarla negli occhi.

La gente sorrideva, prendeva un rametto, lo strofinava e diceva quasi sempre la stessa cosa.

“Che profumo.”

A Viola bastava.

Non perché vendesse di più, ma perché quella frase, ogni volta, le ricordava che aveva perso qualcosa e che, lentamente, l’aveva ritrovata.

Anni prima, dopo una malattia, il mondo le era diventato muto.

Non muto di suoni.

Muto di odori.

La moka borbottava sul fornello, ma il caffè non arrivava.

Il limone si apriva sotto il coltello, ma non c’era nessuna scossa fresca nell’aria.

Il pane caldo del forno entrava in casa dentro una busta di carta e lei vedeva solo pane.

Gli altri dicevano “senti che buono”, e lei annuiva per non spiegare ogni volta la propria piccola disperazione.

All’inizio aveva pensato che fosse una cosa sopportabile.

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