A Roma Regalò Un Orologio A Un Uomo Appena Uscito Di Prigione-tantan - Chainityai

A Roma Regalò Un Orologio A Un Uomo Appena Uscito Di Prigione-tantan

L’anziano signore regalò un orologio a un uomo appena uscito di prigione a Roma.

Il signor Gustavo aveva ottantasette anni e un modo di camminare lento, attento, come se ogni passo dovesse chiedere permesso al pavimento.

Nel suo piccolo appartamento romano, la mattina cominciava sempre nello stesso modo: la moka sul fuoco, il rumore secco del cucchiaino contro la tazzina, la finestra appena aperta per lasciare entrare l’aria della strada.

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Sul tavolo teneva spesso tre cose.

Le chiavi di casa, consumate dal tempo.

Una vecchia fotografia di famiglia.

E un orologio da polso che non portava quasi mai.

L’orologio era stato di suo padre.

Il cinturino era segnato, il vetro aveva una piccola riga vicino al bordo, e sul retro della cassa c’erano graffi sottili, fatti da anni di vita vera, non da una vetrina.

Gustavo lo prendeva in mano ogni mattina, lo caricava piano, poi restava ad ascoltarne il ticchettio.

Non era solo un oggetto.

Era una voce.

Gli ricordava suo padre, le mani grandi, la giacca buona della domenica, le scarpe lucidate anche quando non c’era niente da festeggiare.

Gli ricordava anche suo figlio.

E lì il ricordo cambiava peso.

Suo figlio aveva sbagliato.

Non una piccola mancanza, non una di quelle ferite che si coprono con una cena lunga e una frase detta a mezza voce.

Aveva sbagliato davvero, ed era caduto lontano da tutto quello che Gustavo aveva provato a insegnargli.

Per anni, il vecchio aveva vissuto con una domanda che nessuno riusciva a togliergli dal petto.

Se gli avesse dato più tempo, sarebbe cambiato?

Suo figlio aveva promesso di ricominciare.

Aveva parlato di lavoro, di una vita semplice, di mattine pulite e sere senza vergogna.

Ma la vita non gli aveva lasciato abbastanza strada.

Era morto prima di rimettere davvero insieme i pezzi.

Da allora, Gustavo guardava i giovani persi con occhi diversi.

Non li giustificava.

Non cancellava il male fatto.

Ma non riusciva più a credere che una persona fosse soltanto il suo errore.

A volte, pensava, la condanna più dura non è quella scritta su un foglio.

È quella negli occhi degli altri quando hai già pagato e nessuno ti lascia tornare umano.

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