A Siena, Il Bambino Costretto A Recitare La Tabella Delle Colpe-tantan - Chainityai

A Siena, Il Bambino Costretto A Recitare La Tabella Delle Colpe-tantan

A otto anni, Niccolò non aveva paura del buio.

Aveva paura della luce della cucina.

Quella luce gialla, troppo ferma, che ogni sera cadeva sul tavolo di legno, sulla moka lasciata vicino al fornello, sulle briciole del pane raccolte con la mano da sua madre.

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Quando quella luce restava accesa dopo cena, lui sapeva che non era ancora finita.

La giornata poteva essere stata normale.

Scuola, quaderni, una cartella troppo grande sulle spalle, il freddo della sera che entrava dal collo della giacca.

Poteva anche aver mangiato tutto senza lamentarsi.

Poteva aver detto grazie.

Poteva essersi lavato i denti senza farsi chiamare due volte.

Ma in quella casa, la normalità non bastava mai.

C’era sempre qualcosa da correggere.

C’era sempre una parola detta con il tono sbagliato, un bicchiere appoggiato male, un respiro troppo rumoroso quando gli adulti parlavano.

E quando suo padre posava le chiavi nel piattino vicino alla porta, senza guardarlo, Niccolò capiva.

La parete lo stava aspettando.

Non era una parete qualunque.

Era il muro accanto al tavolo dove faceva i compiti, tra una mensola con due vecchie foto di famiglia e un calendario con le date segnate a penna.

Su quel muro c’era un foglio.

Un foglio bianco, fissato con quattro pezzi di nastro trasparente, scritto in stampatello grande.

Sua madre lo chiamava con una voce bassa, quasi dolce.

“Vieni, Niccolò.”

Suo padre restava in piedi vicino alla credenza, con la camicia stropicciata e gli occhi di chi vorrebbe essere altrove.

Ma non era mai altrove.

Era lì.

Ogni sera.

A controllare che il bambino leggesse.

Niccolò si metteva davanti al foglio con le mani lungo i fianchi.

Le prime volte aveva chiesto perché.

Poi aveva smesso.

Le prime volte aveva pianto.

Poi aveva imparato a piangere dopo, nel cuscino, quando nessuno poteva dirgli che faceva rumore.

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