L’Ultima Lezione Del Maestro Luciano Sotto Il Portico Di Bari-tantan - Chainityai

L’Ultima Lezione Del Maestro Luciano Sotto Il Portico Di Bari-tantan

Sotto il portico della chiesa, a Bari, il Signor Luciano arrivava sempre prima degli altri.

Non perché avesse fretta, ma perché alla sua età ogni gesto aveva bisogno di tempo.

Ottantaquattro anni gli stavano addosso con la lentezza delle mani, con il respiro corto quando il vento del porto risaliva la strada, con quel tremore sottile che gli faceva vibrare le dita anche quando cercava soltanto di aprire la cartella.

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Eppure, ogni pomeriggio, lui era lì.

Scarpe lucidate, sciarpa sistemata con cura, giacca pulita anche quando il tessuto portava i segni di anni difficili.

La città gli passava accanto senza fermarsi.

Dal bar arrivava il tintinnio delle tazzine, qualcuno beveva un espresso in piedi e usciva con un cornetto avvolto nella carta, mentre più in là il porto lasciava nell’aria un odore di sale e ferro.

Luciano appoggiava la sua vecchia cartella su un tavolino pieghevole e tirava fuori una lavagnetta, alcuni fogli, un gesso, una penna di riserva e ogni tanto una ricevuta spiegazzata.

Quella era la sua aula.

Non aveva più un edificio, una cattedra, un registro ufficiale con il suo nome scritto sopra.

Non aveva una campanella, non aveva un corridoio pieno di passi, non aveva un preside che lo chiamasse per cognome.

Aveva il portico.

Aveva una fila di sedie spaiate.

Aveva il vento.

E aveva persone che arrivavano da lontano con la paura di non saper dire la cosa giusta nel momento in cui la vita la pretendeva.

Alcuni venivano con un quaderno nuovo, comprato con attenzione come si compra qualcosa che promette un inizio.

Altri arrivavano con un foglio piegato in tasca, lo tiravano fuori solo dopo molti minuti e lo posavano davanti a lui come se fosse una colpa.

C’erano indirizzi da capire, moduli da leggere, domande da fare, parole da non confondere.

Luciano non rideva mai degli errori.

Non correggeva per umiliare.

Correggeva come si raddrizza un colletto prima che qualcuno entri in una stanza importante.

Diceva che la lingua non era un lusso.

Diceva che una parola imparata bene poteva evitare una porta chiusa, una risposta sbagliata, una vergogna inutile.

La sua voce era ancora quella di un insegnante.

Le mani, invece, non erano più quelle di un insegnante.

Quando provava a scrivere alla lavagna, il gesso tremava così tanto che le lettere uscivano storte.

La parola “strada” diventava una linea spezzata.

La parola “lavoro” si allungava oltre il bordo.

La parola “documento” sembrava inciampare tra una sillaba e l’altra.

All’inizio qualcuno abbassava lo sguardo per non metterlo in imbarazzo.

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