A Verona Emma Smise Di Cantare E Sua Nonna Capì Il Silenzio In Casa-tantan - Chainityai

A Verona Emma Smise Di Cantare E Sua Nonna Capì Il Silenzio In Casa-tantan

A Verona, la nonna di Emma arrivò con una sciarpa annodata al collo, un sacchetto del forno in mano e quella forma di pazienza che hanno solo le persone anziane quando stanno per entrare in una casa dove qualcosa non torna.

Non aveva chiamato per avvisare troppo presto.

Aveva detto solo che sarebbe passata in mattinata, perché voleva vedere la bambina, portarle due cornetti e magari sedersi in cucina per dieci minuti, come faceva quando la madre di Emma era ancora viva.

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La porta si aprì quasi subito.

La matrigna era in ordine, capelli raccolti, vestito semplice, scarpe lucide, il volto composto di chi sa come presentarsi bene davanti agli altri.

“Permesso,” disse la nonna, entrando piano.

La casa profumava di caffè, ma non di calore.

La moka era sul piano della cucina, già fredda, accanto a due tazzine lavate e messe ad asciugare con troppa precisione.

Sul mobile del soggiorno c’erano fotografie vecchie, cornici argentate, qualche oggetto di rame e una piccola ciotola dove di solito il padre di Emma lasciava le chiavi quando rientrava.

La nonna notò subito che una foto era stata spostata.

Non tolta.

Spostata dietro un vaso.

Era il ritratto della madre di Emma, quello in cui sorrideva con la bambina neonata tra le braccia.

Nessuno disse nulla su quella foto.

Le case, a volte, parlano prima delle persone.

Emma comparve nel corridoio dopo pochi secondi, ma non corse.

Aveva sette anni, un vestitino pulito, i capelli pettinati con cura e le mani ferme davanti alla pancia, come se qualcuno le avesse insegnato che anche la gioia può fare troppo rumore.

La nonna sorrise.

“Amore mio.”

Emma fece un passo verso di lei, poi si fermò, guardando la matrigna.

Quel piccolo gesto fu peggio di un grido.

La nonna allungò le braccia e la bambina si lasciò abbracciare, ma non si aggrappò come faceva un tempo.

Un tempo Emma entrava in un abbraccio come entrava in una canzone, senza chiedere permesso.

Cantava tutto.

Cantava mentre cercava una matita.

Cantava mentre infilava una scarpa.

Cantava mentre aspettava che il padre finisse il suo espresso al bar, seduta su una sedia troppo alta per lei.

Cantava soprattutto quella ninna nanna.

Era la ninna nanna che sua madre le aveva cantato da piccola, una melodia semplice, quasi povera, fatta per restare in testa più che per essere bella.

La madre di Emma la cantava piano, con una piccola pausa prima dell’ultima parola, come se volesse lasciare alla bambina il tempo di addormentarsi dentro quel respiro.

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