L’Anziana Che Insegnò A Una Ragazza A Guardarsi Di Nuovo-tantan - Chainityai

L’Anziana Che Insegnò A Una Ragazza A Guardarsi Di Nuovo-tantan

A Milano, Nonna Renata vendeva rossetti usati, ciprie con il coperchio graffiato e piccoli specchi da borsa al mercato delle pulci.

Aveva 78 anni e mani precise, di quelle che sanno piegare un foulard, contare le monete senza fretta e sistemare ogni oggetto come se avesse ancora una dignità da difendere.

Ogni sabato arrivava presto, quando i banchi erano ancora mezzi chiusi e l’aria sapeva di caffè, stoffa vecchia e ferro freddo.

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Prima di aprire il suo spazio, passava al bar all’angolo.

Prendeva un espresso in piedi, mai seduta, sempre con la borsa stretta contro il fianco e le scarpe lucidate anche quando pioveva.

Il barista ormai non le chiedeva più nulla.

Le metteva davanti la tazzina, lei diceva grazie con un sorriso piccolo, poi usciva verso il mercato con quel passo lento ma composto che sembrava dire al mondo: non mi sono arresa.

Sul banco teneva tutto in ordine.

Le matite per occhi in una scatola, i rossetti in una fila, le trousse aperte solo a metà, come piccoli scrigni di vite finite in altre case.

C’erano anche molti specchietti.

Alcuni rotondi.

Alcuni quadrati.

Alcuni con la plastica scheggiata, altri con coperchi dorati, altri ancora così consumati che riflettevano il viso come un ricordo sbiadito.

Le persone li prendevano, si guardavano, facevano una smorfia, poi chiedevano il prezzo.

Renata non guardava mai.

Mai.

Non si controllava il rossetto.

Non si aggiustava il foulard davanti alle superfici lucide.

Non cercava il proprio riflesso nelle vetrine, nei vetri dei tram, nelle tazzine scure quando il caffè tremava ancora caldo.

Dopo la cicatrice grande che le attraversava una parte del viso, aveva imparato a vivere senza specchi.

Non perché non sapesse com’era fatta.

Lo sapeva fin troppo bene.

Il problema era quello che succedeva dopo.

Prima arrivava lo sguardo degli altri.

Poi il silenzio.

Poi quella frazione di secondo in cui qualcuno fingeva di non aver visto, e proprio fingendo rendeva tutto più pesante.

Renata aveva imparato a leggere quel momento come si legge una ricevuta lasciata sul tavolo.

C’era scritto tutto.

Pietà.

Disagio.

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