A Genova, Il Segreto Della Bambina In Ginocchio Davanti Agli Ospiti-tantan - Chainityai

A Genova, Il Segreto Della Bambina In Ginocchio Davanti Agli Ospiti-tantan

A Genova, in una casa dove tutto doveva sembrare perfetto, perfino il silenzio aveva un posto assegnato.

Le tazzine dell’espresso non restavano mai fuori centro sui piattini, le scarpe degli ospiti non portavano mai fango oltre l’ingresso, e le vecchie fotografie di famiglia venivano spolverate prima di ogni cena come se anche i morti dovessero approvare la serata.

Bianca aveva 7 anni e conosceva ogni angolo di quel pavimento più degli adulti che lo calpestavano.

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Non perché ci giocasse.

Perché ci si inginocchiava.

Ogni volta che la famiglia riceveva ospiti, la matrigna sceglieva per lei un vestitino semplice, le lisciava i capelli con una cura che agli altri sembrava dolce e poi le metteva in mano un panno bianco, sempre lo stesso, piegato in quattro vicino al mobile dell’ingresso.

«Stai composta,» le diceva, senza alzare la voce.

Bianca annuiva, perché aveva imparato presto che nella casa di suo padre le urla erano rare, ma le conseguenze no.

La porta si apriva, entravano uomini con giacche scure, donne con foulard annodati bene, mani profumate, sorrisi misurati, e tutti facevano quel piccolo teatro di saluti, complimenti, frasi gentili sulla tavola apparecchiata e sulla luce buona del salone.

Poi arrivava il momento in cui la matrigna abbassava appena gli occhi verso Bianca.

Era un gesto piccolo.

Bastava quello.

La bambina si inginocchiava accanto alle scarpe degli ospiti e cominciava a passarci il panno.

Prima una punta nera.

Poi una fibbia.

Poi il bordo di una suola.

Lo faceva lentamente, con la concentrazione dei bambini che hanno capito che un errore non viene corretto, viene ricordato.

Gli ospiti di solito ridevano piano, o facevano finta di non vedere, o si sistemavano il tovagliolo tra le dita come se quella scena fosse un dettaglio scomodo ma non abbastanza grave da rovinare la cena.

La matrigna invece sorrideva.

«Non preoccupatevi,» diceva ogni volta, con quella voce morbida che sembrava fatta apposta per non lasciare prove. «Bianca deve imparare il suo valore.»

La prima volta che lo aveva detto, Bianca non aveva capito.

Aveva pensato che il valore fosse qualcosa che si metteva in tasca, come una moneta trovata per strada, o qualcosa che si perdeva se non si obbediva abbastanza in fretta.

Poi aveva capito che, nella bocca della matrigna, quella parola voleva dire posto.

Il suo posto era in basso.

Vicino alle scarpe.

Lontano dalla tavola.

Quando qualcuno chiedeva chi fosse, la risposta arrivava sempre prima che Bianca potesse aprire bocca.

«Una bambina che abbiamo accolto,» diceva la matrigna, posandole una mano sulla spalla davanti agli ospiti. «L’abbiamo presa per insegnarle la gratitudine e la gentilezza.»

La mano sulla spalla sembrava una carezza.

Bianca sentiva solo il peso delle dita.

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