Il Fischietto Del Treno Che Insegnò A Un Bambino A Non Scappare-tantan - Chainityai

Il Fischietto Del Treno Che Insegnò A Un Bambino A Non Scappare-tantan

Il vecchio tenne il fischietto del treno giocattolo per il bambino che aveva paura dei rumori forti.

A Torino, il signor Enzo viveva in una casa dove il tempo sembrava passare sui binari, anche quando nessun treno partiva davvero.

Aveva settantotto anni, mani lente, spalle consumate e una stanza in cui i modellini ferroviari occupavano più spazio dei mobili.

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Sui ripiani c’erano locomotive piccole, carrozze con il colore sbiadito, binari montati e smontati mille volte, scatole con etichette scritte a mano e una fotografia vecchia che lo mostrava giovane, con la giacca da lavoro e gli occhi pieni di stanchezza buona.

Un tempo era stato operaio ferroviario.

Poi un incidente sul lavoro gli aveva cambiato l’udito e la vita.

Da allora non sentiva più il mondo come prima.

Alcuni suoni arrivavano spezzati, altri troppo lontani, altri ancora sparivano del tutto, come se qualcuno li avesse tolti dalla stanza prima che potessero raggiungerlo.

Eppure i treni li amava ancora.

Non per nostalgia semplice, perché la nostalgia, quando è legata a una ferita, non è mai semplice.

Li amava perché erano stati la sua lingua, il suo mestiere, il suo modo di misurare le giornate.

La mattina preparava il caffè con la moka, aspettava il borbottio basso, poi si sedeva vicino alla finestra con una tazzina tra le dita.

Da lì ascoltava quello che poteva ascoltare.

Un passaggio lontano, una vibrazione sotto il pavimento, un rumore metallico che gli altri avrebbero ignorato.

A volte non era sicuro di sentirlo davvero.

A volte era il corpo a ricordarlo per lui.

Sul tavolo, accanto al quaderno, teneva un fischietto di treno giocattolo.

Era piccolo, leggero, quasi ridicolo per un uomo che aveva conosciuto macchine vere, officine vere, partenze vere.

Ma Enzo lo trattava con rispetto.

Non lo lasciava cadere.

Non lo suonava forte.

Lo prendeva in mano solo quando voleva ricordarsi che anche un suono minuscolo può portare lontano.

La madre arrivò un pomeriggio senza fare rumore.

Bussò due volte, piano.

Quando Enzo aprì, la vide con una busta di documenti sotto il braccio, il cappotto ancora addosso e le chiavi strette nel pugno.

Dietro di lei c’era un bambino.

Non guardava la casa.

Guardava gli angoli, le finestre, la strada alle spalle, come fanno i bambini quando non cercano una cosa, ma un pericolo.

Enzo capì subito che non bisognava avvicinarsi troppo.

Certi dolori entrano in una stanza prima delle persone.

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