Ad Assisi, Il Vecchio Che Pregava Per Chi Non Credeva Più-tantan - Chainityai

Ad Assisi, Il Vecchio Che Pregava Per Chi Non Credeva Più-tantan

Ad Assisi, il signor Gabriele sedeva ogni mattina davanti alla porta di una chiesa, con il quaderno sulle ginocchia e una penna tra le dita sottili.

Aveva novant’anni, ma non portava la sua età come una scusa per sparire.

La portava come si porta un cappotto vecchio ma pulito, con dignità, con silenzio, con quella cura semplice di chi ha perso quasi tutto e non vuole perdere anche il rispetto per sé stesso.

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Arrivava presto, quando il paese aveva ancora l’aria fresca della mattina e dai bar usciva il profumo dell’espresso appena fatto.

A volte qualcuno gli lasciava un bicchierino di caffè sul muretto.

A volte lui lo beveva subito.

A volte restava lì fino a diventare freddo, perché una persona si era fermata davanti a lui e quel nome, quel dolore, quel ricordo, venivano prima di tutto.

Gabriele non predicava.

Non fermava i passanti con frasi solenni.

Non diceva alla gente cosa doveva pensare, cosa doveva credere, cosa doveva chiedere al cielo.

Era seduto lì, vicino alla pietra chiara, con le scarpe sempre lucidate, il fazzoletto piegato nella tasca e un quaderno pieno di nomi.

Chi lo vedeva per la prima volta poteva pensare che fosse un vecchio abituato a passare le ore fuori, uno di quegli uomini che misurano la giornata dal suono dei passi e dalla luce che cambia sulle facciate.

Ma chi si fermava capiva presto che non era lì per abitudine.

Era lì per custodire.

Quando qualcuno esitava vicino alla porta, Gabriele sollevava appena lo sguardo.

Non chiedeva mai: “Sei credente?”

Non chiedeva: “Perché sei venuto?”

Non chiedeva neppure: “Che cosa ti è successo?”

Diceva soltanto: “C’è qualcuno che vuoi che venga ricordato?”

Quella domanda, detta così piano, aveva la forza di aprire crepe in persone che credevano di essere diventate pietra.

C’erano donne che scrivevano il nome della madre morta e poi stringevano la borsa al petto.

C’erano uomini che fingevano di non commuoversi, ma lasciavano sulla carta una grafia storta, spezzata, quasi infantile.

C’erano anziani che portavano nomi già scritti su biglietti preparati a casa, magari accanto alla moka del mattino, prima di uscire con la giacca buona.

E c’erano giovani che arrivavano per caso, ridevano per imbarazzo e poi restavano muti davanti a quella pagina vuota.

Gabriele prendeva ogni nome con la stessa attenzione.

Lo copiava nel quaderno lentamente, come se la lentezza fosse una forma di rispetto.

Poi chiudeva gli occhi per pochi secondi.

Non abbastanza da fare scena.

Abbastanza da dire, senza dirlo, che quel nome non era stato buttato nel vuoto.

Nessuno conosceva tutta la sua storia, ma molti ne conoscevano il centro.

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