Il Bambino Che Bussava Tre Volte Nel Tubo Dell’Acqua A Palermo-tantan - Chainityai

Il Bambino Che Bussava Tre Volte Nel Tubo Dell’Acqua A Palermo-tantan

Il bambino che bussava tre volte nel tubo dell’acqua a Palermo non aveva mai fatto rumore abbastanza da svegliare tutto il palazzo.

Era proprio questo che, alla fine, spaventò il signor Vittorio più di qualunque grido.

Un grido può essere rabbia, gioco, televisione troppo alta, una lite passeggera dietro una porta chiusa.

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Ma tre colpi leggeri, sempre uguali, ogni sera, dentro lo stesso tubo dell’acqua, non somigliavano a niente che un vecchio idraulico potesse chiamare normale.

Il condominio si svegliava presto e si spegneva tardi, come tanti palazzi abitati da famiglie che si conoscono da anni senza conoscersi davvero.

La mattina c’era odore di caffè, moka sui fornelli, tazzine appoggiate sui lavelli, passi veloci sul pianerottolo, porte che sbattevano piano per non disturbare.

Nel cortile interno qualcuno scuoteva tovaglie, qualcuno telefonava già con voce stanca, qualcuno scendeva al bar per un espresso e un cornetto, facendo finta che la vita degli altri fosse solo un rumore di fondo.

Il signor Vittorio viveva al secondo piano da abbastanza tempo da riconoscere ogni voce del palazzo.

Riconosceva il passo dell’uomo del terzo piano, pesante e trascinato.

Riconosceva la risata della ragazza del primo, sempre troppo forte quando tornava con le amiche.

Riconosceva perfino il rumore del passeggino della famiglia in fondo al corridoio, perché una ruota cigolava e nessuno l’aveva mai fatta sistemare.

Soprattutto, riconosceva i tubi.

Per quarant’anni aveva riparato perdite, montanti, rubinetti, caldaie, cassette dello scarico, bagni vecchi e cucine strette.

Aveva imparato che un tubo non mente quasi mai.

Quando l’acqua corre, lo dice.

Quando l’aria resta intrappolata, lo dice.

Quando il metallo si dilata con il caldo o si contrae con il freddo, lo dice in un altro modo.

Per questo, la prima sera in cui sentì quei tre colpi, alzò appena gli occhi dal piatto e rimase in ascolto.

Toc. Toc. Toc.

Il suono arrivò dalla parete del corridoio, quella dietro cui passavano le tubature comuni dei bagni.

Vittorio non si mosse subito.

Pensò a una vibrazione, a qualcuno che aveva chiuso un rubinetto di scatto, a un vicino che spostava qualcosa.

Poi non accadde più nulla.

La seconda sera, il rumore tornò.

Sempre tre colpi.

Sempre leggeri.

Sempre dopo cena, quando nel palazzo si abbassavano le voci e le televisioni cominciavano a parlare al posto delle persone.

La terza sera, Vittorio spense il televisore prima ancora che arrivassero.

Si sedette in cucina, con la moka ormai fredda sul fornello e il pane comprato al forno ancora avvolto nella carta.

Aspettò.

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