A Bari, L’Anziano Che Fermò La Rabbia Di Un Ragazzo-tantan - Chainityai

A Bari, L’Anziano Che Fermò La Rabbia Di Un Ragazzo-tantan

A Bari, Signor Domenico non aveva bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.

Bastava il modo in cui restava seduto vicino alla porta, con la schiena curva, le scarpe sempre pulite e le mani tremanti sopra le ginocchia.

Aveva ottantatré anni e il corpo di un uomo che aveva combattuto abbastanza da sapere che vincere non salva sempre.

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Un tempo era stato un pugile dilettante.

Non famoso, non ricco, non uno di quelli che finiscono sulle pareti delle palestre con il nome scritto in grande.

Ma nel suo quartiere lo ricordavano ancora giovane, con i guantoni consumati, le spalle larghe e quella calma dura che certi uomini portano addosso quando hanno imparato a prendere colpi senza lamentarsi.

Ora, invece, le sue mani tremavano quando sollevava una tazzina di espresso.

Tremavano quando girava la chiave di casa.

Tremavano anche quando cercava di allacciare il bottone della giacca prima di uscire per la passeggiata.

Eppure Domenico le guardava sempre con rispetto, come si guarda un animale vecchio che un tempo poteva mordere.

Nella sua cucina c’erano poche cose, ma tutte sembravano messe al loro posto per non perdere la dignità.

Una moka sul fornello.

Due tazzine bianche su un ripiano.

Un mazzo di chiavi di famiglia appeso vicino alla porta.

Una fotografia in bianco e nero in cui lui sorrideva da ragazzo, con i guantoni alzati e gli occhi pieni di una sicurezza che oggi gli faceva quasi male.

Chi entrava in quella cucina sentiva subito che non era una casa ricca, ma era una casa tenuta con cura.

Domenico credeva ancora nella forma delle cose.

La giacca spazzolata.

Il tavolo pulito.

Il pane mai lasciato a seccare senza essere coperto.

Non per vanità, ma perché c’è una dignità che resta anche quando il corpo comincia a tradirti.

Nel quartiere, alcuni bambini lo chiamavano nonno anche se non era loro nonno.

Gli adulti lo salutavano con un cenno.

I ragazzi lo guardavano con quella curiosità un po’ sfacciata che si riserva ai vecchi di cui si conosce una leggenda ma non il dolore.

Domenico non parlava quasi mai del ring.

Non parlava dei match.

Non parlava degli applausi piccoli, delle palestre calde, dell’odore di sudore e cuoio sui guantoni.

Soprattutto, non parlava di una sera in cui la rabbia aveva corso più veloce del pensiero.

Quella sera non c’era stato un arbitro.

Non c’erano corde.

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