La Voce Di Sofia E Il Segnale Nascosto Nel Canto Del Coro-tantan - Chainityai

La Voce Di Sofia E Il Segnale Nascosto Nel Canto Del Coro-tantan

La bambina protetta dal coro della chiesa non sembrava una bambina in pericolo, almeno non a chi guardava solo da lontano.

A Venezia, Sofia aveva otto anni, un viso minuto e una voce così limpida che perfino gli adulti più distratti smettevano di muoversi quando lei iniziava a cantare.

Nel coro della chiesa stava sempre nella seconda fila, leggermente a sinistra del maestro, con lo spartito tenuto a due mani e gli occhi puntati sulle sue dita.

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Non cercava applausi.

Non si sporgeva mai.

Quando gli altri bambini ridevano prima delle prove, lei sorrideva poco, come se ogni gesto dovesse prima chiedere permesso a qualcuno.

Sua madre era sempre presente.

Arrivava con le scarpe lucide, il foulard sistemato bene, la borsa stretta al braccio e quell’aria di chi sa già come dovrebbero comportarsi tutti.

Al bar vicino alla chiesa prendeva un espresso in piedi, guardando l’orologio e correggendo Sofia senza nemmeno abbassare la voce.

“Non piegare le spalle.”

“Non toccarti i capelli.”

“Quando ti fanno un complimento, ringrazia e guarda negli occhi.”

Chi le vedeva da fuori pensava a una madre severa, forse troppo attenta, ma orgogliosa.

In fondo, Sofia cantava davvero bene.

Ogni domenica, dopo la messa, qualcuno si avvicinava per dirle che aveva una voce da angelo.

Qualche anziana le accarezzava la guancia.

Una signora del quartiere le portava spesso un cornetto ancora caldo, avvolto in un tovagliolo, perché diceva che una bambina così brava doveva mangiare qualcosa di dolce.

Sofia prendeva il cornetto con entrambe le mani e guardava subito sua madre.

Solo se la madre faceva un cenno, lei diceva grazie.

La donna sorrideva a tutti con misura.

“È disciplinata.”

“Ha imparato presto.”

“Le ho insegnato che il talento non basta, bisogna sapersi presentare.”

Poi, appena uscivano dalla vista degli altri, il sorriso diventava una linea sottile.

A casa, la voce di Sofia non era un dono.

Era uno strumento.

La cucina odorava spesso di moka e detersivo, con i fogli delle esibizioni attaccati al frigorifero da piccole calamite.

C’erano orari scritti in blu, ricevute piegate, messaggi ricopiati su un quaderno e una busta con l’abito da indossare nelle occasioni importanti.

Le chiavi di casa pendevano sempre vicino alla porta, e Sofia le sentiva tintinnare ogni volta che sua madre passava dietro di lei.

Quel suono le faceva contrarre le spalle.

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