A Roma Un Bambino Giocava Ogni Sera Con Una Sedia Vuota-tantan - Chainityai

A Roma Un Bambino Giocava Ogni Sera Con Una Sedia Vuota-tantan

Ogni sera, a Roma, Giulio sentiva il rumore della scacchiera prima ancora di vederla.

Era il suono secco del legno appoggiato sul tavolo, poi quello dei pezzi sistemati uno a uno, sempre nello stesso ordine, sempre alla stessa ora.

Aveva otto anni, ma aveva già imparato che certe abitudini non sono routine.

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Sono punizioni travestite da disciplina.

Sua madre accendeva la lampada del salotto, controllava che le tende fossero tirate dritte e che le sedie non fossero fuori posto, poi portava la moka vuota in cucina come se anche il caffè avesse finito il suo dovere.

La casa era pulita, ordinata, quasi troppo composta.

Le scarpe erano sempre allineate vicino alla porta, le fotografie sulle mensole spolverate, il tavolo lucidato fino a riflettere la luce gialla del lampadario.

A chiunque fosse entrato, quella casa sarebbe sembrata rispettabile.

A Giulio sembrava una stanza che tratteneva il respiro.

La sedia vuota era sempre davanti a lui.

Non veniva mai spostata, mai usata per altro, mai accostata al muro.

Restava lì, leggermente arretrata rispetto al tavolo, come se qualcuno si fosse appena alzato e dovesse tornare da un momento all’altro.

Ma secondo sua madre, nessuno sarebbe tornato.

“Quello è tuo padre,” diceva ogni sera, indicando lo schienale.

La prima volta Giulio aveva sorriso confuso, pensando a un gioco.

Aveva chiesto se papà fosse al lavoro, se fosse in ritardo, se sarebbe arrivato dopo cena.

Sua madre non aveva alzato la voce.

Non ne aveva bisogno.

“È andato via perché ha perso,” aveva detto. “Gli uomini come lui non sanno restare quando vengono sconfitti.”

Giulio non capiva bene cosa volesse dire perdere.

A scuola si perdeva una partita, si perdeva una gomma, si perdeva un turno.

Non si perdeva un figlio.

Ma sua madre gli spiegò la storia con una calma che faceva più male di uno schiaffo.

Gli disse che suo padre era un uomo debole.

Gli disse che si era vergognato.

Gli disse che aveva preferito sparire invece di guardare Giulio negli occhi.

Ogni frase cadeva sul tavolo come un pezzo nero.

Poi gli mise davanti i pezzi bianchi.

“Tu devi vincere,” disse. “Così impari a non diventare come lui.”

Da quella sera, la partita diventò obbligatoria.

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