Ogni mattina Andrea arrivava a scuola con lo stesso piccolo rituale.
Posava lo zaino accanto alla sedia.
Si sedeva lentamente.

Apriva il quaderno di italiano.
E tirava fuori un cerotto.
Sempre uno nuovo.
Sempre dallo stesso taschino della giacca.
Lo applicava con estrema attenzione sull’angolo della copertina, premendo bene con il pollice per farlo aderire.
Nessuno capiva perché.
I compagni all’inizio trovavano la cosa divertente.
«Andrea cura anche i quaderni» dicevano ridendo.
Lui abbassava la testa.
Sorrideva appena.
Poi restava in silenzio.
La maestra Lucia insegnava da quasi vent’anni.
Aveva visto bambini vivaci.
Bambini arrabbiati.
Bambini difficili.
Ma Andrea era diverso.
Faceva tutto nel modo giusto.
Troppo giusto.
Non disturbava mai.
Non correva nei corridoi.
Non litigava.
Quando qualcuno alzava la voce, però, lui si irrigidiva immediatamente.
Come se il suo corpo si preparasse a qualcosa.
La prima volta che Lucia lo notò fu un lunedì mattina.
Un compagno aveva sbattuto forte una sedia contro il banco.
Andrea aveva lasciato cadere la matita.
Il viso gli era diventato bianco.
E aveva guardato verso la porta con gli occhi spalancati.
La maestra cercò di rassicurarlo.
Lui disse che stava bene.
Ma le mani continuavano a tremare.
Fu allora che Lucia iniziò a osservarlo davvero.
Nella piccola scuola elementare di Roma, tutti si conoscevano.
Le mamme si fermavano al bar davanti all’edificio per un espresso veloce.
I nonni aspettavano i bambini con le mani dietro la schiena.
Qualcuno entrava ancora dicendo “Permesso” anche dopo anni.
La vita sembrava normale.
Troppo normale perché certe cose potessero nascondersi così bene.
Andrea aveva otto anni.
Capelli castani sempre pettinati di lato.
Scarpe pulite.
Vestiti ordinati.
Qualcuno aveva cura del suo aspetto.
Ma c’era una tristezza silenziosa nei suoi occhi.
Una stanchezza adulta.
Ogni lunedì arrivava con un nuovo cerotto sul quaderno.
Lucia iniziò a contarli.
Uno.
Due.
Tre.
Poi quattro.
Alcuni piccoli.
Altri messi storti.
Uno addirittura quasi strappato.
Un giorno durante il laboratorio di lettura, Andrea restò seduto mentre gli altri bambini si spostavano in cerchio.
Lucia gli si avvicinò.
«Vuoi venire con noi?»
Lui scosse la testa.
«Ho paura che si stacchi.»
Indicò il cerotto sul quaderno.

La maestra sorrise piano.
«Allora possiamo sistemarlo insieme.»
Ma Andrea chiuse immediatamente il quaderno.
Troppo in fretta.
Come se dentro ci fosse qualcosa che nessuno doveva vedere.
Quella sera Lucia non riuscì a togliersi il bambino dalla mente.
Preparò la moka nella sua cucina.
Restò a fissare il caffè salire lentamente mentre fuori le luci dei palazzi si accendevano una dopo l’altra.
Aveva imparato negli anni che i bambini parlano raramente in modo diretto.
Nascondono il dolore negli oggetti.
Nei silenzi.
Nei piccoli gesti ripetuti.
E quei cerotti non erano normali.
Il giorno dopo iniziò a fare più attenzione.
Andrea evitava il contatto fisico.
Quando un compagno gli toccava il braccio, lui sobbalzava.
Durante educazione artistica disegnava quasi sempre case senza finestre.
Una volta colorò tutto il foglio di grigio.
Tranne un piccolo quadrato bianco in basso.
«Cos’è quello?» chiese Lucia.
Andrea ci pensò qualche secondo.
«Una parte che non sente male.»
La maestra sentì un peso nello stomaco.
Continuò però a non forzarlo.
I bambini si chiudono ancora di più quando sentono pressione.
Passarono le settimane.
Poi arrivò novembre.
Fuori pioveva quasi ogni mattina.
I bambini entravano con le scarpe bagnate e l’odore dei cappotti umidi riempiva i corridoi.
Andrea quel lunedì aveva tre nuovi cerotti.
Tre.
Lucia lo vide cambiare quello più in alto durante la ricreazione.
Pensava di essere solo.
Sollevò lentamente il bordo vecchio.
Sotto, scritto a matita, c’era una parola.
“Sabato”.
La maestra si fermò.
Andrea alzò gli occhi di scatto.
Per un momento sembrò terrorizzato.
Poi coprì subito la scritta con il nuovo cerotto.
«Andrea» disse Lucia con voce calma.
Il bambino strinse il quaderno.
«Non devi aver paura.»
Lui non rispose.
Ma il suo respiro era diventato corto.
Quella notte Lucia rimase sveglia a lungo.
Ripensava a quella parola.
Sabato.
Il giorno dopo controllò mentalmente i cerotti.
Tutti comparivano dopo il weekend.
Sempre.
Mai negli altri giorni.
Mai dopo una verifica.
Mai dopo scuola.
Solo dopo il tempo trascorso a casa.
Il cuore iniziò a batterle più forte.
Andrea viveva con la madre.
Questo lo sapeva.
Durante un colloquio, mesi prima, aveva incontrato anche il nuovo compagno della donna.
Un uomo educato.

Troppo controllato.
Parlava poco.
Rispondeva al posto del bambino.
Andrea durante quell’incontro non aveva quasi mai alzato gli occhi.
Lucia ricordò improvvisamente un dettaglio.
Quando l’uomo aveva appoggiato una mano sulla spalla del bambino, Andrea aveva smesso di respirare per un istante.
All’epoca la maestra non ci aveva dato peso.
Ora invece quel ricordo sembrava diverso.
Pesante.
Minaccioso.
Il venerdì successivo Lucia lasciò un esercizio semplice alla classe.
Poi si sedette accanto ad Andrea.
«Ti piace mettere i cerotti?» chiese piano.
Il bambino guardò il banco.
«Servono.»
«A cosa?»
Andrea passò il dito sull’angolo del quaderno.
«Se una cosa si rompe… bisogna curarla.»
Lucia cercò di sorridere.
«E il tuo quaderno si rompe spesso?»
Andrea ci pensò a lungo.
Poi sussurrò:
«Non il quaderno.»
La maestra sentì il fiato bloccarsi.
Ma non parlò.
Aspettò.
Andrea continuò a fissare il tavolo.
«Quando lui si arrabbia… io metto un cerotto qui.»
Picchiettò il bordo della copertina.
«Così almeno qualcuno viene aggiustato.»
Lucia abbassò immediatamente lo sguardo per non lasciargli vedere lo shock sul suo volto.
Aveva insegnato abbastanza per capire cosa stava ascoltando.
Eppure sentirlo dalla voce di un bambino di otto anni le fece male in un modo nuovo.
Andrea non stava giocando.
Aveva trovato un modo per spostare il dolore.
Per sopravvivere.
Da quel giorno Lucia iniziò a prendere appunti.
Date.
Comportamenti.
Assenze.
Reazioni.
Notò che il lunedì Andrea aveva spesso fame.
Mangiava lentamente anche le ultime briciole della merenda.
Una volta infilò in tasca metà panino.
«Per dopo» disse.
Il bambino non parlava mai del weekend.
Gli altri raccontavano delle passeggiate con i nonni.
Delle partite di calcio guardate sul divano.
Delle pizze mangiate tutti insieme.
Andrea taceva.
Quando qualcuno gli chiedeva cosa avesse fatto, lui rispondeva soltanto:
«Niente.»
Un lunedì arrivò con un livido leggero vicino al polso.
Lo nascose subito abbassando la manica.
Lucia fece finta di non aver visto.
Non voleva spaventarlo.
Ma dentro sentiva crescere qualcosa.
Una rabbia silenziosa.
Una mattina pioveva forte.
I bambini entrarono rumorosamente in classe.

Andrea invece camminava piano.
Aveva un nuovo cerotto.
Più grande.
Bianco.
Applicato male.
Le mani gli tremavano così tanto che l’angolo si stava già sollevando.
Lucia gli si avvicinò.
«Vuoi che ti aiuti?»
Lui tirò subito indietro il quaderno.
Troppo tardi.
La maestra aveva già letto qualcosa scritto sopra.
“Domenica notte”.
Lucia si inginocchiò accanto al banco.
«Andrea… con chi stai nel weekend?»
Il bambino rimase immobile.
Nel corridoio si sentiva il rumore lontano della moka della sala insegnanti.
Qualcuno rideva.
Qualcuno trascinava una sedia.
La vita continuava normalmente.
Ma davanti a lei Andrea sembrava sul punto di crollare.
«Con il marito della mamma» sussurrò infine.
Lucia mantenne la voce calma.
«E la mamma?»
«Lavora.»
«Molto?»
Andrea annuì.
Poi aggiunse qualcosa quasi senza voce.
«Di notte a volte non torna.»
La maestra sentì il gelo attraversarle il petto.
Andrea infilò la mano nello zaino.
Tirò fuori il quaderno.
Lo aprì lentamente.
Tra le pagine c’erano altri segni.
Date.
Piccole frasi.
Parole cancellate.
“Urla.”
“Porta chiusa.”
“Non fare rumore.”
Lucia sentì gli occhi bruciare.
Ma il peggio arrivò subito dopo.
Perché Andrea sollevò l’ultimo cerotto ancora attaccato.
E sotto non c’era solo una parola.
C’era un disegno.
Un bambino chiuso dentro una stanza.
E fuori dalla porta, una figura enorme con la mano alzata.
In quel preciso istante qualcuno bussò alla classe.
Andrea sbiancò.
La penna gli cadde dalle dita.
Lucia si voltò.
Sulla porta c’era proprio lui.
Il patrigno.
Cappotto scuro.
Capelli bagnati dalla pioggia.
Scarpe lucidissime.
«Sono venuto a prendere Andrea prima» disse con un sorriso educato.
Il bambino iniziò a tremare.
Stringeva il quaderno così forte che le nocche diventarono bianche.
Lucia allora capì una cosa terribile.
Quel quaderno non era soltanto un gioco.
Era una richiesta di aiuto.
E forse era arrivata appena in tempo.