La frase rimbalzò sulle pareti dell’ambulatorio con una leggerezza quasi crudele.
Anna l’aveva pronunciata sorridendo.
Come se stesse parlando di un capriccio.
Come se quella donna seduta davanti al medico non fosse sua madre.
A Bari il caldo di maggio entrava dalle finestre aperte insieme al rumore del traffico.
Dal bar al piano terra saliva l’odore del caffè appena fatto.
Nell’ambulatorio il ventilatore girava lento.
Nonna Emilia teneva la schiena dritta nonostante la stanchezza.
Ottantaquattro anni.
Capelli bianchi raccolti con cura.
Una sciarpa leggera sulle spalle.
Le dita strette intorno alla borsa di stoffa consumata agli angoli.
Aveva l’aria di quelle donne cresciute in un tempo in cui anche il dolore andava piegato bene e nascosto dentro casa.
Il medico sfogliava il fascicolo.
Lei esitò.
Solo per un istante.
Poi parlò piano.
Anna sospirò immediatamente.
“Dottore, la prego. Comincia di nuovo.”
Il medico alzò appena gli occhi.
“Che mia madre ama fare la vittima. Se non la chiami ogni ora, inventa tragedie.”
Emilia abbassò lo sguardo.
Non protestò.
Non si difese.
Fu quello a colpire il medico.
La maggior parte delle persone si arrabbia quando viene accusata di mentire.
Lei invece sembrava quasi chiedere scusa per aver parlato.
“Qualche sera…” mormorò.
Si fermò.
Poi riprese.
“Qualche sera non mangio.”
Anna rise.
Una risata breve.
Fredda.
“Mamma, basta.”
Dal corridoio arrivavano voci confuse.
Un uomo stava discutendo al telefono.
Una signora anziana tossiva dietro la porta.
La televisione della sala d’attesa mostrava immagini mute di un telegiornale.
La vita normale continuava.
Dentro quella stanza invece l’aria si stava facendo pesante.
Il medico chiuse lentamente il fascicolo.
“Ha perso peso?”
“Lei è sempre stata magra,” intervenne Anna.
“E poi dimentica di mangiare da sola. Non posso imboccarla tutto il giorno.”
La frase uscì veloce.
Difensiva.
Come se fosse abituata a ripeterla.
Il medico osservò Emilia più attentamente.
Le guance scavate.
Le clavicole troppo evidenti.
La pelle sottile sui polsi.
Certe cose non si possono fingere.
Chiese all’infermiera il registro completo delle ultime visite.
Anna sbuffò.
“Stiamo davvero facendo tutto questo per delle fantasie?”
Nessuno rispose.
L’infermiera tornò pochi minuti dopo con una cartella più spessa.
Il medico iniziò a sfogliare.
Le date erano ordinate.
Le annotazioni precise.
Sessanta chili.
Cinquantasette.
Cinquantatré.
Cinquanta.
Quarantanove.
Ogni numero accompagnato da una data.
Ogni data distante solo poche settimane dalla successiva.
Accanto comparivano note cliniche.
“Debolezza evidente.”
“Disidratazione.”
“Scarso apporto nutrizionale.”
“Paziente molto dimagrita.”
Il medico si fermò.
Sfogliò ancora.
Nel diario farmaceutico erano registrate medicine saltate.
Integratori mai ritirati.
Controlli mancati.
Anna incrociò le braccia.
“Mia madre dimentica tutto.”
Emilia chiuse gli occhi.
Per un momento sembrò diventare ancora più piccola sulla sedia.
Il medico si tolse gli occhiali.
“Da quanto vive con lei?”
“Due anni,” rispose Emilia.
“E chi prepara i pasti?”
Silenzio.
Anna parlò subito.
“Io lavoro tutto il giorno. Non posso stare dietro a ogni lamentela.”
“Non le ho chiesto questo.”
La voce del medico restò calma.
Ma cambiò qualcosa nel tono.
Qualcosa di più duro.
Emilia si strinse nella sciarpa.
“Non volevo creare problemi,” disse.
“Solo… certe sere la cucina viene chiusa presto.”
Anna si voltò verso di lei.
“Adesso basta con queste bugie.”
Nel corridoio una famiglia stava dividendo dei cornetti presi al forno.
Un bambino rideva con la bocca piena.
L’odore del pane caldo entrava perfino nell’ambulatorio.
Emilia fissò la porta.
Come se quel profumo le facesse male.
Il medico osservò la scena senza interrompere.
Aveva visto molte famiglie litigare.
Figli stanchi.
Genitori difficili.
Vecchie tensioni.
Ma lì c’era qualcosa di diverso.
Non era solo stanchezza.
Era negazione.
La negazione ostinata di chi non vuole vedere.
O peggio.
Di chi vede benissimo.
Prese un foglio dal fascicolo.
C’erano i valori del sangue degli ultimi mesi.
Proteine bassissime.
Carenze importanti.
Disidratazione cronica.
Perdita muscolare.
Tutti segnali che non comparivano da un giorno all’altro.
Anna si mosse sulla sedia.
Per la prima volta il sorriso sparì.
“Sta insinuando qualcosa?”
Il medico non rispose subito.
Guardò Emilia.
Lei evitava ancora gli occhi di tutti.
Come fanno certe madri anche quando sono loro le ferite.
Fuori il sole illuminava il marciapiede.
Una Vespa passò lenta davanti alle finestre.
Qualcuno salutò un vicino dal balcone di fronte.
Bari sembrava identica a ogni altro pomeriggio.
Eppure dentro quella stanza stava emergendo qualcosa che nessuno voleva nominare.
“Signora Emilia,” disse il medico.
“Lei ha fame in questo momento?”
La donna esitò.
Poi annuì appena.
Anna sbatté una mano sulla borsa.
“È assurdo. Le preparo da mangiare ogni giorno.”
Il medico continuò a sfogliare.
Trovò un’altra annotazione.
Una visita domiciliare.
Data.
Ora.
Firma dell’assistenza.
“Frigorifero quasi vuoto.”
Anna impallidì.
“Non significa niente.”
Il medico sollevò lentamente lo sguardo.
“A volte le cose più gravi iniziano proprio così. Con qualcosa che tutti fingono di non vedere.”
Emilia si portò una mano alla bocca.
Come se volesse trattenere le parole.
O le lacrime.
“Lei mangia da sola?”
“Quando posso.”
“E se non può?”
La donna restò zitta.
Fu quel silenzio a riempire la stanza.
Più di qualsiasi risposta.
Anna cercò di cambiare argomento.
“Mia madre è sempre stata drammatica. Da giovane faceva così anche con mio padre.”
Ma il medico non seguì quella strada.
Prese invece il registro del peso.
Lo girò lentamente verso di lei.
“Una persona anziana non perde undici chili in pochi mesi senza conseguenze evidenti.”
Anna deglutì.
Il medico indicò le date.
“Questi dati mostrano un deterioramento progressivo.”
L’infermiera rimase immobile accanto alla porta.
Persino lei ormai aveva capito.
Emilia si torceva le dita.
Come se si sentisse colpevole per aver detto la verità.
È questo che accade spesso a certe madri.
Difendono i figli anche mentre stanno crollando.
Anna inspirò profondamente.
“Quindi cosa vorrebbe dire? Che io affamo mia madre?”
Nessuno pronunciò quella parola.
Eppure restò sospesa nell’aria.
Pesante.
Impossibile da ignorare.
Il medico si appoggiò allo schienale.
“La signora Emilia è in uno stato di grave deperimento.”
Anna aprì la bocca.
Ma non uscì alcun suono.
In quel momento bussarono alla porta.
L’infermiera andò ad aprire.
Entrò una donna sulla sessantina con una cartellina stretta al petto.
Sembrava agitata.
“Scusate…” disse.
“Ho sentito il nome di Emilia dalla sala d’attesa.”
Nonna Emilia alzò lentamente gli occhi.
La riconobbe subito.
Era la vicina del piano di sopra.
La donna guardò Anna.
Poi il medico.
E quello che disse subito dopo fece gelare la stanza.
“Io qualche volta le porto da mangiare di nascosto.”