Il nipote voleva vendere la casa della nonna prima delle nozze-tantan - Chainityai

Il nipote voleva vendere la casa della nonna prima delle nozze-tantan

Nerina aveva imparato a riconoscere il passo di suo nipote molto prima di vedere la sua ombra dietro il vetro della porta.

Quando era bambino correva sulle scale, arrivava senza fiato, gridava «nonna» ancora prima di bussare, e lasciava sul pavimento impronte bagnate se fuori pioveva.

Adesso saliva più piano.

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Adesso si fermava davanti alla porta, si sistemava il cappotto, controllava lo schermo del telefono e bussava con due colpi misurati, come un uomo che non viene a chiedere amore, ma una firma.

Quella mattina Venezia sembrava sospesa in una luce chiara e fredda.

L’acqua del canale arrivava fin quasi a confondersi con il riflesso delle finestre, e nella cucina di Nerina la moka aveva già finito di borbottare.

Il caffè era pronto, ma lei non lo aveva versato.

Aveva apparecchiato due tazzine sul tavolo per abitudine, perché in casa sua nessuno entrava senza che gli fosse offerto qualcosa, anche quando portava cattive intenzioni sotto una camicia ben stirata.

Il tavolo era vecchio, pieno di graffi sottili.

Ogni segno aveva una storia.

C’era quello lasciato da un coltello quando suo marito, anni prima, aveva tagliato il pane troppo in fretta.

C’era il piccolo alone dove il nipote da bambino aveva rovesciato una tazza di latte e poi aveva pianto, convinto di aver distrutto tutto.

Nerina gli aveva asciugato il viso con lo stesso tovagliolo con cui aveva pulito il tavolo.

Gli aveva detto che le cose vere non si rovinano per una macchia.

Quella frase, negli anni, le era tornata in mente molte volte.

Quel giorno, però, non ne era più sicura.

Quando aprì la porta, il nipote era lì con le scarpe lucidissime, una sciarpa scura piegata bene intorno al collo e una cartellina sottile stretta sotto il braccio.

Profumava di dopobarba e fretta.

Sorrise, ma il sorriso non arrivò agli occhi.

«Posso entrare, nonna?»

Nerina si fece da parte.

Lui disse «Permesso» appena, più per educazione automatica che per rispetto, e attraversò l’ingresso guardandosi intorno come se stesse misurando le pareti.

Il suo sguardo non si fermò sulla foto di famiglia vicino alla credenza.

Non si fermò sul piccolo cornicello appeso accanto alle chiavi.

Non si fermò sulla sciarpa beige che Nerina usava quando usciva per prendere il pane al forno.

Si fermò alla finestra.

Da lì si vedeva il canale.

Non era una vista da cartolina, non per lei.

Era la vista del bucato che ondeggiava in certi giorni, delle barche che passavano lente, dei vicini che salutavano senza invadere, della luce che cambiava colore sulle pareti.

Era la vista davanti alla quale aveva cucito, aspettato, pianto, riso e invecchiato.

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