A Bari, La Bambina Che Diceva Sempre “Grazie” Dopo Ogni Rimprovero-tantan - Chainityai

A Bari, La Bambina Che Diceva Sempre “Grazie” Dopo Ogni Rimprovero-tantan

Alba aveva otto anni e una voce così bassa che, quando parlava in classe, sembrava chiedere permesso anche all’aria.

La mattina entrava sempre con lo zaino sistemato, la zip chiusa fino all’ultimo dente, i capelli pettinati senza una ciocca fuori posto e le scarpe pulite come se dovesse andare a una cerimonia, non a scuola.

A Bari, davanti al cancello, gli adulti si riconoscevano dal ritmo delle cose normali: un espresso bevuto di fretta, un cornetto lasciato a metà, una sciarpa aggiustata prima di salutare il figlio, un’occhiata rapida al telefono prima di correre al lavoro.

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In mezzo a quel rumore quotidiano, Alba sembrava sempre un passo più indietro.

Non perché fosse timida nel modo tenero in cui lo sono tanti bambini.

Era come se avesse imparato a occupare poco spazio.

La maestra se ne accorse poco alla volta, perché certi segnali non arrivano urlando.

Arrivano ripetuti.

Arrivano uguali.

Arrivano quando una bambina fa la cosa giusta nel momento sbagliato.

Il primo episodio sembrò quasi dolce.

Un compagno le fece cadere l’astuccio urtando il banco con il gomito, e Alba si chinò subito a raccogliere le matite.

Una era spezzata, un’altra era rotolata sotto la sedia, e il temperino si era aperto lasciando polvere colorata sul pavimento.

Il bambino borbottò qualcosa, non una vera scusa, più un rumore di fastidio.

Alba lo guardò appena e disse: “Grazie”.

La maestra alzò gli occhi dal registro, ma non intervenne.

Pensò che forse Alba volesse dire che andava tutto bene.

Pensò che fosse una bambina educata.

Pensò, come spesso fanno gli adulti quando la verità è ancora scomoda, che non ci fosse niente da capire.

Poi successe di nuovo.

Durante un dettato, Alba dimenticò una riga.

La maestra le si avvicinò e disse con calma che doveva stare più attenta, perché le parole saltate cambiavano il senso della frase.

Alba diventò rigida.

Non scoppiò a piangere.

Non protestò.

Non fece quella smorfia infastidita che fanno i bambini quando si sentono rimproverati davanti agli altri.

Abbassò la testa, strinse la penna tra due dita e rispose: “Grazie”.

La maestra rimase accanto al banco un secondo di troppo.

La bambina non la guardava.

Aspettava.

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