A Bologna, La Punizione Della Statua Nascondeva Un Piano Terribile-tantan - Chainityai

A Bologna, La Punizione Della Statua Nascondeva Un Piano Terribile-tantan

A Bologna, Greta aveva imparato che certe stanze possono ferire senza alzare la voce.

Il soggiorno era ordinato in modo quasi perfetto.

La moka restava sul fornello, una tazzina bianca aspettava sempre sul tavolino, e sulla credenza c’erano vecchie foto di famiglia con sorrisi immobili dietro il vetro.

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In mezzo a quella stanza, tra il divano e il tappeto, c’era il punto dove Greta doveva stare quando era “cattiva”.

Aveva 6 anni.

A quell’età un bambino dovrebbe contare i passi per arrivare al parco, non i minuti necessari per non crollare.

La matrigna, però, non chiamava mai quella cosa punizione.

La chiamava “statua”.

Lo diceva con un tono gentile, quasi allegro, come se bastasse cambiare nome a un gesto crudele per renderlo accettabile.

«Facciamo la statua» diceva.

Greta sapeva cosa significava.

Piedi uniti.

Mani lungo i fianchi.

Occhi davanti.

Niente sedia.

Niente acqua.

Niente lacrime.

Se un ginocchio tremava, si ricominciava.

Se una lacrima scendeva, si ricominciava.

Se la bambina chiedeva quando sarebbe finita, la matrigna rispondeva che le statue non fanno domande.

Gli adulti presenti non intervenivano.

Uno distoglieva lo sguardo.

Un altro fingeva di cercare qualcosa in cucina.

Qualcuno diceva che era solo un modo per insegnarle l’autocontrollo.

E così il dolore di Greta restava pulito, silenzioso, presentabile.

Era proprio questo a renderlo più terribile.

Nessuno gridava.

Nessuno la spingeva.

Nessuno lasciava segni evidenti.

C’era solo una bambina al centro del soggiorno, costretta a restare ferma finché il suo corpo smetteva di sembrare suo.

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