A Cremona, Il Violino Di Giulia Riaprì Una Ferita Di Famiglia-tantan - Chainityai

A Cremona, Il Violino Di Giulia Riaprì Una Ferita Di Famiglia-tantan

A Cremona, Giulia aveva imparato presto che certe cose non fanno rumore quando scompaiono.

Una voce può sparire da una stanza, una giacca può restare appesa dietro una porta, una sedia può rimanere vuota a tavola per così tanto tempo che tutti cominciano a fingere di non vederla.

Ma l’odore della pece no.

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Quello era rimasto.

Era rimasto nel fodero del violino di suo padre, nella stoffa scura un po’ consumata, nell’angolo dove lui riponeva sempre il piccolo pezzo ambrato prima di uscire a suonare.

Giulia lo apriva con cautela, come si apre una finestra in una casa dove qualcuno dorme.

Non lo faceva davanti a tutti.

Lo faceva la mattina, quando la moka borbottava in cucina e la luce cadeva sui pavimenti vecchi, oppure la sera, quando le voci dei vicini si abbassavano e la casa tornava a essere solo casa.

Suo padre non era stato un uomo ricco.

Era stato un musicista di strada, uno di quelli che si sistemano in un angolo, aprono il fodero, accordano lo strumento e suonano anche quando la gente passa senza fermarsi.

Aveva le scarpe sempre pulite.

Giulia ricordava quel dettaglio più di molti altri.

Diceva che si poteva essere poveri, stanchi, preoccupati, ma non bisognava mai uscire con l’aria di chi aveva già rinunciato a sé stesso.

Era la sua forma di dignità.

La sua piccola Bella Figura davanti al mondo.

Quando tornava a casa, a volte portava pane del forno, a volte solo due cornetti schiacciati nella carta, e rideva dicendo che il violino aveva lavorato più di lui.

Poi prendeva Giulia sulle ginocchia e le faceva appoggiare le dita sulle corde.

Non le prometteva fama.

Non le prometteva palchi.

Le diceva soltanto che uno strumento non appartiene davvero a chi lo compra, ma a chi lo ascolta tremare tra le mani.

Dopo la sua morte, quella frase era diventata per Giulia una specie di chiave.

La teneva dentro, insieme al dolore.

La famiglia parlava spesso di cose pratiche.

C’erano oggetti da sistemare, fotografie da dividere, abiti da mettere via, scatole da aprire e richiudere.

Gli adulti usavano parole come ordine, equilibrio, rispetto, giustizia.

A Giulia sembravano parole grandi, ma vuote, perché nessuna di loro riusciva a spiegare perché una sciarpa dovesse essere piegata in un cassetto e una fotografia messa in una busta.

La zia, sorella di suo padre, era quella che parlava più di tutti.

Aveva sempre un tono composto, quasi paziente, ma dentro quel tono c’era qualcosa che tagliava.

Entrava in casa dicendo “Permesso” con voce gentile, salutava, sistemava la borsa sulla sedia e poi cominciava a decidere.

Decideva quali scatole andavano in cantina.

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