A Genova, La Frase Del Fratellino Fece Crollare Sua Madre-tantan - Chainityai

A Genova, La Frase Del Fratellino Fece Crollare Sua Madre-tantan

Matteo aveva 9 anni e una capacità terribile: riusciva a sparire anche quando era seduto in mezzo a tutti.

Non era invisibile davvero, naturalmente.

Era solo diventato bravo a non disturbare.

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In casa sua, a Genova, il rumore della moka al mattino arrivava prima delle parole.

Poi arrivavano le tazzine, i passi rapidi di sua madre, il tintinnio delle chiavi vicino alla porta, il profumo del caffè che riempiva la cucina come se potesse coprire qualunque cosa.

Matteo conosceva ogni suono.

Sapeva quando sua madre era di buon umore dal modo in cui chiudeva il cassetto delle posate.

Sapeva quando era nervosa dal modo in cui si annodava il foulard davanti allo specchio.

Sapeva quando doveva parlare e quando invece era meglio limitarsi a sorridere.

Il sorriso era diventato la sua difesa.

Un sorriso piccolo, educato, quasi adulto.

Lo usava quando sua madre lo correggeva davanti agli altri.

Lo usava quando gli diceva di non essere geloso del fratellino.

Lo usava quando lei sospirava e diceva che con il secondo figlio, almeno, aveva capito come fare.

Matteo non aveva mai chiesto cosa volesse dire davvero.

Non perché non lo capisse.

Proprio perché lo capiva troppo bene.

Il fratellino era più piccolo, più vivace, più coccolato.

Non era colpa sua.

Matteo lo sapeva.

Lo guardava dormire con la bocca semiaperta, i capelli arruffati sul cuscino, una manina stretta attorno al bordo della coperta, e sentiva una tenerezza che gli faceva quasi male.

Quel bambino non gli aveva portato via l’amore.

Era stata sua madre a distribuire l’amore come un premio, e a Matteo era toccato quasi sempre restare senza.

Quando il piccolo piangeva di notte, Matteo si svegliava prima degli adulti.

Scendeva piano dal letto.

Camminava scalzo solo pochi passi, poi si ricordava che in casa sua si doveva essere sempre composti e infilava le ciabatte.

Entrava nella stanza del fratellino e sussurrava il suo nome.

Non accendeva subito la luce, perché sapeva che il piccolo si spaventava.

Si sedeva sul bordo del letto e gli rimetteva la coperta sulle gambe.

Poi cominciava con la storia della barca.

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