A Lucca, Irene Chiese Scusa Allo Specchio Rotto Ogni Mattina-tantan - Chainityai

A Lucca, Irene Chiese Scusa Allo Specchio Rotto Ogni Mattina-tantan

A Lucca, ogni mattina, Irene, 8 anni, doveva inginocchiarsi davanti a uno specchio rotto e dire: “Mi dispiace di aver portato sfortuna alla nostra famiglia.”

All’inizio pensava fosse una punizione come le altre.

Una di quelle cose che gli adulti inventano quando sono arrabbiati e poi dimenticano dopo cena.

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Ma sua madre non dimenticò.

Ogni mattina, prima che Irene prendesse la cartella, prima che il sole entrasse del tutto in cucina, prima persino che la moka finisse di borbottare sul fornello, la donna indicava il corridoio.

Non serviva spiegare.

Irene capiva.

Si alzava dalla sedia, passava accanto al tavolo di legno, sfiorava con lo sguardo le vecchie fotografie di famiglia e andava verso lo specchio appoggiato alla parete.

Era rotto da mesi.

Le crepe partivano da un punto basso, quasi all’altezza del gomito di una bambina, e salivano in diagonale come rami secchi.

Ogni pezzo rifletteva una parte diversa della casa.

Un pezzo mostrava il pavimento.

Un altro mostrava la porta.

Un altro ancora mostrava sua madre, sempre dritta dietro di lei, con le braccia conserte e il viso chiuso.

“Irene,” diceva.

La bambina si inginocchiava.

Il pavimento era freddo anche nelle mattine tiepide.

Le ginocchia impararono presto il punto esatto in cui faceva più male.

Poi Irene abbassava la testa e recitava la frase.

“Mi dispiace di aver portato sfortuna alla nostra famiglia.”

La madre ascoltava senza battere ciglio.

A volte correggeva il tono.

A volte pretendeva che Irene lo ripetesse guardandosi nel vetro.

A volte le diceva che una scusa non vale nulla se non si sente la vergogna dentro la voce.

Irene aveva otto anni e non sapeva cosa fosse davvero la vergogna.

Sapeva solo che faceva venire voglia di sparire.

Il giorno dello specchio era stato il giorno in cui suo padre se ne era andato.

La mattina era iniziata con una discussione dietro una porta chiusa.

Irene aveva sentito parole spezzate, il rumore di un cassetto aperto troppo forte, una valigia trascinata sul pavimento.

Quando aveva visto suo padre nell’ingresso, con il cappotto addosso e lo sguardo basso, era corsa verso di lui.

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